Democratici nel mondo
Materiali
PD
AreaDem
23 Maggio 2011

Gotor e l’anatomia del potere
oltre i misteri del caso Moro

Argomento: Vite
Autore: Francesco Saverio Garofani

Il lavoro di Miguel Gotor sul memoriale di Aldo Moro, pubblicato da Einaudi, ha avuto una buona accoglienza da parte della critica e ha registrato diverse recensioni favorevoli apparse sulle principali testate italiane. Apprezzamenti più che meritati. Quasi tutti, però, si sono soffermati sugli aspetti legati a quello che ormai viene definito "il caso Moro". Cioè i buchi neri, i misteri, gli interrogativi inevasi che tornano in primo piano quando si cerca di mettere in fila gli elementi che scandirono quei terribili cinquantacinque giorni della prigionia e dell'assassinio del presidente della Democrazia cristiana.

Probabilmente questa attenzione a come Gotor conduce la sua indagine storica su quello che inevitabilmente è diventato il mistero italiano per eccellenza è anche il frutto del successo del libro che lo stesso storico aveva dedicato due anni fa ad uno studio filologico di straordinario rigore sulle lettere dello statista dc. Una lettura che aveva contribuito ad offrire una luce diversa, più penetrante, sul rapimento, la prigionia e l'omicidio di Moro da parte delle Brigate rosse e che aveva consentito di diradare definitivamente troppe ombre gettate sulle parole del politico prigioniero e sulla loro veridicità.

Anche stavolta, certo, Gotor non tradisce le attese circa la meticolosità e lo scrupolo con i quali procede nell'analisi delle carte. Confrontando i documenti: quelli del primo rinvenimento nel covo di via Montenevoso, avvenuto il 1 ottobre del 1978, e quelli relativi alla seconda "scoperta", che riportò alla luce, nell'ottobre del 1990, le fotocopie del manoscritto del memoriale. L'indagine procede, pagina dopo pagina, con attenzione e prudenza, ma anche con quella ricerca dell'intuizione che, lungi dal concedere qualcosa alla scorciatoia della dietrologia, rappresenta per lo storico la motivazione fondamentale che lo muove, con un unico fine: comprendere. Sembra di vederlo, Gotor, chino sul tavolo di un complicatissimo puzzle, impossibile da terminare, perché anche quando appare ormai chiaro il disegno, ci si accorge che mancano alcuni pezzi. Ricostruendo il contorno, però, anche quei buchi acquistano un significato. E il merito dello storico, in questo senso, è anche quello di saper valutare l'importanza di ciò che manca. O di ciò che è scomparso.

C'è chi, commentando questo lavoro, ha parlato di un vero e proprio giallo, o di un romanzo storico, forse per la scorrevolezza con cui si leggono le quasi seicento pagine e per la capacità di raccontare dell'autore, che tiene il lettore aggrappato a questa storia tanto complessa e tormentata. Tuttavia il merito di quest'opera è un altro, e va molto oltre il perimetro dei misteri del "caso Moro".

Lo si capisce già dal titolo che presenta il volume: "Il memoriale della Repubblica". E dunque non solo il memoriale di Aldo Moro. Il sottotitolo aiuta a svelare definitivamente l'intenzione dello storico laddove mette in connessione "gli scritti dalla prigionia" con quello che a me sembra il vero oggetto della ricerca, ovvero "l'anatomia del potere italiano".

In altre parole: è importante, decisivo, cercare di comprendere cosa sia accaduto nella prigione. Quale sia stata e su quale terreno si sia giocata la "sfida" tra il prigioniero e i suoi carcerieri. Quali argomenti siano stati trattati negli interrogatori e quali risposte Moro abbia dato alle domande che gli furono poste. Ma è impossibile capire davvero se nello stesso tempo non si riesce ad alzare lo sguardo oltre il covo e oltre quei cinquantacinque giorni. Per osservare e cercare di comprendere quel che c'era intorno. Nel mondo e in Italia. E quale fosse davvero la posta in gioco con il destino di Aldo Moro.

Il risultato più originale che va riconosciuto a questo libro sta proprio in questo tentativo, riuscito, di allargare l'orizzonte in cui si colloca la vicenda umana e politica di Moro. E Gotor si muove in questa direzione con grande coraggio, andando oltre il tradizionale perimetro della politica, dei partiti, delle istituzioni. Richiamando sulla scena personaggi rimasti sullo sfondo, nell'ombra, che avevano fatto di tutto in questi trentatré anni per farsi dimenticare. I loro nomi sono richiamati uno per uno. E così i loro atti, le loro omissioni, i loro depistaggi, le loro parole, i loro scritti. Il palcoscenico di questa tragica rappresentazione è, appunto, quello del potere italiano. Un potere del quale la politica appare come azionista di minoranza, e i cui veri detentori vivono piuttosto defilati dai luoghi del gioco democratico e dalle sue regole. Il potere italiano ha spesso e volentieri giocato su altri tavoli, con altre regole. E a questo gioco pericoloso e inquietante hanno partecipato i politici, certo, ma poi anche imprenditori, editori (molto spesso unificati nello stesso soggetto), giornalisti, militari, magistrati, intellettuali di vario profilo, spesso dalla doppia vita. O dal doppio gioco.

E in questo doppio gioco succede anche che nemici che militano in campi opposti finiscano per darsi metaforicamente la mano, o comunque trovarsi nello stesso punto del cerchio. Così accade ai molti nemici di Moro: i depistatori che si muovono all'ombra delle istituzioni e che sono il prodotto velenoso di ambienti neofascisti. E a sinistra i complici, i contigui, i fiancheggiatori, i "compagni" che seguono da più lontano ma con attenzione e simpatia le gesta "rivoluzionarie" delle Brigate rosse, magari sperando di indirizzarle e utilizzarle. E' il variegato arcipelago di quel "partito armato", molto più largo e popolato di quanto non si voglia ammettere e sul quale il libro getta un fascio di luce che serve a svelare cosa resti ancora oggi di quella cultura venata di populismo e qualunquismo, cinica e antidemocratica, ieri al servizio dell'utopia rivoluzionaria e oggi, con uguale disinvoltura, riciclatasi all'ombra del potere.

Ecco la cornice del "caso Moro" nella quale Gotor colloca il suo mosaico, e che fa parte integrante del disegno da decifrare.

Testo e contesto. Procede parallelamente e in modo efficace questa doppia lettura di Gotor. Il testo, cioè gli scritti di Moro, messi sotto la lente di ingrandimento, senza mai dimenticare la condizione di prigionia di chi scriveva per non morire, come sottolinea l'autore. Il contesto, cioè la storia italiana di una democrazia difficile, che aveva visto in Aldo Moro il suo tessitore più intelligente e paziente.

E come in un giallo scritto bene, è alla fine che il lettore troverà gli indizi più convincenti per farsi un'idea precisa non tanto su chi abbia ucciso Moro (qui ci si deve rifare alla verità processuale) ma piuttosto sui perché proprio Moro. Nel penultimo capitolo, quello che precede l'epilogo, Gotor riassume la parte più interessante del memoriale: quella che si può definire "testamentaria", così stilisticamente diversa dalla parte delle carte destinate ad un "uso pubblico", caratterizzate da un linguaggio duro fino all'aggressività, evidentemente frutto del condizionamento brigatista. E' la parte più politica del memoriale. Quella che riconnette direttamente Aldo Moro con la sua storia, i suoi discorsi, le sue intuizioni politiche, il suo infaticabile lavoro di costruttore di democrazia come lento e faticoso processo. C'è in quelle parole l'idea morotea della politica come arte del possibile, capace di tenere assieme valori e realtà. Il valore della democrazia, prima di tutto. E per questo la fedeltà alla Costituzione, nata dal compromesso tra le grandi forze popolari del Paese. E per questo l'idea di una Dc antifascista, non conservatrice, partito nazionale e popolare, antidoto a quella ricorrente tentazione reazionaria che si annida come un male inestirpabile nelle viscere di questa Italia, cicatrice mai del tutto rimarginata del fascismo. Una Dc chiamata alla responsabilità di governo in quanto capace di rappresentare in misura larghissima la società italiana. E per questo la consapevolezza di dover impegnare la grande forza e l'altrettanto grande responsabilità del suo partito per andare oltre quella che si è definita la "democrazia bloccata" del nostro Paese, anche come risposta necessaria al processo degenerativo del sistema politico in direzione di quella che proprio in quegli anni si cominciò a chiamare partitocrazia, con il suo corollario di corruzione e occupazione abusiva del potere ad ogni livello.

L'impegno di costituente, la costruzione del centrosinistra, la terza fase con l'apertura al Pci e il delicatissimo passaggio dall'astensione al sostegno al governo della solidarietà nazionale. Il tentativo di portare avanti un disegno politico che anticipasse la fine della guerra fredda e degli equilibri di Yalta. La consapevolezza del ruolo decisivo dell'Italia nel Mediterraneo. Le incomprensioni e le tensioni con gli alleati americani. I rischi affrontati, fino alla tentazione di abbandonare la politica attiva, dopo lo scontro con Kissinger.

E' bella e suggestiva l'immagine che Gotor usa per descrivere l'ultima fase della politica di Moro: quella dello scalatore che proprio nel momento decisivo della sua impresa, quello più difficile e rischioso, si volta e si accorge di essere solo. Che quelli che erano in cordata con lui si sono fermati. Non ce l'hanno fatta. Lo guardano sgomenti, sapendo che sarà il capocordata a pagare per la sconfitta di tutti.

O forse no. Forse non di tutti. Forse bisognerà cominciare ad andare oltre la retorica celebrativa dei trent'anni che sono seguiti e che hanno ingessato la memoria di Aldo Moro presentata come patrimonio collettivo e condiviso. Forse bisognerà cominciare a distinguere tra chi condivideva la politica e il disegno democratico di Moro e chi lo ha subìto, approfittando dell'occasione offerta dalle Br per bloccarlo per sempre.

Le foto presenti su nuovitaliani.it sono prese in larga parte da internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.
Powered by Adon