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06 Settembre 2011

Mino, un vero leader
cattolico democratico

Argomento: Vite
Autore: Giorgio Merlo

Diciamoci la verità. Mino Martinazzoli è stato un vero cattolico democratico e un politico sui generis. Un esponente di punta di quella corrente culturale che ha contribuito in modo determinante a consolidare la democrazia italiana e che, al contempo, ha ridato slancio, vigore e protagonismo ai cattolici impegnati nel sociale e nel politico. Un uomo che, senza alzare la voce, contro tutti i crismi della mitologia del capo, estraneo alla leadership di cartapesta, quando parlava infiammava la platea al punto di far commuovere i militanti, i simpatizzanti e i semplici elettori.

Perché? La risposta è molto semplice ed è racchiusa nelle parole di un altro grande cattolico democratico, Carlo Donat-Cattin, che amava ripetere che "il carisma in politica o c'è o non c'è. È inutile darselo per decreto". E Martinazzoli era un uomo, un leader, un condottiero carismatico ed estroverso. Ha saputo caricarsi sulle sue spalle il tramonto della Dc. Lui, proprio lui, lo "strano democristiano" come amava definirsi. Ma è anche l'uomo che quando capisce che la sua battaglia non si compie sino in fondo se ne va. In silenzio, appunto, senza conferenze stampa e senza clamori. Ma con un semplice fax spedito al Presidente del Ppi Russo Iervolino per annunciare le sue dimissioni irrevocabili da segretario del Ppi.

Ma la figura di Mino Martinazzoli è legata a doppio filo alla storia, all'esperienza, al vissuto concreto dei cattolici democratici. Una presenza, questa, che non si può ridurre, come diceva spesso Scoppola, a giocare solo un ruolo da "spazzini della società industriale" ma, al contrario, determinati ad essere protagonisti nella crescita e nel consolidamento della democrazia. Come non ricordare la sua durezza nel non ridurre la presenza dei cattolici ad essere semplici "ornamento" nella politica. E la sua segreteria al Ppi rispondeva prevalentemente a quella esigenza. Fu una stagione di entusiasmo e di riscatto per molti di noi. Dopo il drammatico, e scontato, epilogo della Democrazia Cristiana travolta dagli scandali e da un giudizio storicamente affrettato e politicamente alquanto immeritato, Martinazzoli ha segnato il momento della "ripartenza". Il suo tour per l'Italia, rigorosamente in macchina e in treno perché l'aereo gli era ostile, era contrassegnato da una parola d'ordine: non siamo servi di nessuno. "Né di qua né di là" diceva ripetutamente rifiutando le offerte della destra e della sinistra. La contingenza non gli diede ragione ma la politica sì.

Perché quella stagione fu vissuta comunque da migliaia e migliaia di cattolici democratici, di popolari e di semplici credenti come una stagione di protagonismo politico e di effervescenza culturale. Altroché i cattocomunisti o tutti coloro che vivevano - o vivono - l'esperienza politica all'insegna della cronica e perdurante subalternità nei confronti dell'azionista di maggioranza di turno. Martinazzoli, forte di un eloquio irripetibile e inusuale nella politica, di ieri come di oggi, sapeva però toccare le corde dell'emozione e dell'entusiasmo al punto di essere confuso in quei primi anni Novanta con "Zac", l'"onesto Zaccagnini". E cioè un'altra figura che ha segnato in profondità la storia, il vissuto e l'originalità del cattolicesimo politico italiano alla metà degli anni Settanta.

E questa voglia di ridare un protagonismo politico e culturale al cattolicesimo democratico e al popolarismo di ispirazione cristiana lo ha portato anche a commentare con poco entusiasmo l'esperienza del Partito democratico anche se il giudizio più spietato l'ha sempre rivolto, sin da subito, all'esperienza berlusconiana. Come si fa a dimenticare il suo duro monito contro Berlusconi e il berlusconismo non dopo averlo politicamente sperimentato ma sin dall'inizio, cioè quando altri ne erano innamorati e lui colse, invece, il germe di una concezione politica, istituzionale e sociale alternativa a quello che il popolarismo ha rappresentato storicamente nel nostro paese.

Martinazzoli, certo, era un uomo di partito. Colto, brillante, sarcastico ma pur sempre orgoglioso del suo partito. Un orgoglio che riusciva a trasmettere quasi involontariamente alla periferia che lo ricambiava con un affetto che lui incassava abbassando la testa ma conscio della sua proposta e della sua "lezione". Era un esponente della sinistra Dc, il migliore e più raffinato incubatoio culturale e politico della lunga, tortuosa ma irripetibile storia democratico-cristiana. Eppure Martinazzoli era amato da tutti. Sì, lo dico senza piaggeria. Non si beccano 20 interminabili minuti di applausi ad un congresso di un grande partito come la Dc - eravamo nel 1989 - con la sinistra del partito, la sua sinistra, in difficoltà e senza le fatidiche "truppe cammellate" al seguito. Quello, è bene ricordarlo ancora oggi, fu un applauso ad un grande leader che ti toccava il cuore ma ti faceva ragionare con il cervello. Perché, come diceva Martinazzoli, "la politica conta ma la vita conta più della politica".

Ciao Mino, noi giovani Dc e Popolari non possiamo dimenticare il Tuo magistero politico e culturale. La Tua è stata una lezione di vita e un insegnamento politico. Non lo dimenticheremo per non tradire il nostro comune patrimonio. Quello del cattolicesimo democratico.

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