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12 Settembre 2011

Martinazzoli spiegato
a un ragazzo di vent’anni

Argomento: Vite
Autore: Roberto Bertoni

Caro Marco,

quando Mino Martinazzoli decise, con un estremo atto di dignità, di uscire dalla scena politica nazionale, noi avevamo appena quattro anni. Era il 30 marzo 1994, la Prima Repubblica (e, in particolare, la Democrazia Cristiana) era stata travolta dallo scandalo di Tangentopoli e da due giorni Silvio Berlusconi era il nuovo presidente del Consiglio, con l'appoggio del MSI (che ancora non si era trasformato in AN) e di una Lega Nord agli albori o quasi ma già capace di condizionare il governo, fino a farlo cadere dopo neanche un anno.

Se davvero vuoi comprendere la personalità e lo spirito che animavano Martinazzoli, devi mettere da parte tutto ciò che è accaduto negli ultimi diciassette anni. Mino, infatti, detestava la televisione e le apparenze, il chiacchiericcio inutile, le polemiche sterili, le grida, gli insulti, i toni inutilmente accesi e volgari, le provocazioni insulse, le dichiarazioni fatte solo per guadagnare un titolo sui giornali o per distogliere l'attenzione dai veri problemi del Paese.

In un estremo sforzo di semplificazione, se vuoi capire chi fosse e quale fosse la statura politica di Martinazzoli, devi osservare attentamente Berlusconi e immaginarti il suo esatto opposto. Pensa, caro Marco, che dopo la sconfitta-disfatta della primavera del 1994, Mino si dimise da segretario del Partito Popolare Italiano con un fax trasmesso personalmente dalla sua Brescia, abbandonò senza remore la ribalta più importante e si rimise in gioco, candidandosi in autunno a sindaco di Brescia e dando vita a un'alleanza vincente tra PPI e PDS, delineando i contorni della fantastica intuizione di un altro cattolico democratico: Romano Prodi, che ebbe il coraggio di estendere quel rivoluzionario esperimento a tutta Italia, dando vita all'Ulivo allora e al PD oggi.

Pacato, schivo, riservato, Mino Martinazzoli era un uomo di grandi ideali ma venato da un senso di tristezza, di moderato pessimismo, di incompiutezza dell'uomo di fronte alla potenza della storia e del destino. Per questo, negli anni barbari del berlusconismo, sembra così lontana, quasi inattuale la sua figura di politico colto e fattivo, tenace difensore dell'importanza del pensiero e in prima linea nel denunciare la pericolosità dell'agire senza prima aver compiuto un'adeguata riflessione. Non a caso, da cattolico liberale, seguace del solidarismo di don Montini (il futuro papa Paolo VI), si oppose e tentò come poté di contrastare l'impetuosa ascesa del berlu-leghismo: l'antitesi della sua concezione del popolarismo, secondo cui "la solidarietà è il fiore che fiorisce sullo stelo della libertà".

Capisci adesso, caro Marco, perché ho scelto di raccontarti quest'avventura umana così ricca, così avvincente, tutta all'insegna dell'onestà morale e della limpidezza d'animo, di uno sguardo sempre rivolto al domani senza dimenticare gli insegnamenti del passato e le speranze che hanno lastricato il cammino di un uomo caratterizzato da una fede immensa sia in Dio che negli uomini e nell'evoluzione della società verso un futuro migliore?

Parlare oggi di Mino Martinazzoli è uno straordinario segno di ribellione contro la dilagante violenza di questi anni, contro la cattiveria e i soprusi perpetrati da questo governo ai danni dei più deboli, contro un'idea distorta della politica che mette sempre al centro gli interessi economici privati di pochi e mai quelli di crescita, di sviluppo solidale, di promozione umana e culturale della collettività. Ciò di cui abbiamo più bisogno, infatti, è rimettere al centro dell'azione di governo il popolo, l'umanità nel suo significato più alto ed intenso. Continuando su questa strada perversa, tra divisioni e contrapposizioni feroci, inimicizie e scontri d'ogni genere, rischiamo di mettere a repentaglio non solo la stabilità italiana ed europea ma il valore stesso del dialogo, del confronto e della coesione sociale che ha fatto del nostro Paese uno dei pilastri del progresso mondiale e il faro delle conquiste civili avvenute dal dopoguerra in poi. Come affermava don Sturzo, dobbiamo, al contrario, "ricominciare daccapo ad indovinare la via" di una politica diversa e migliore, che non rinunci in nome di un deleterio cinismo alle sue aspirazioni più elevate.

Anche perché "probabilmente", diceva Martinazzoli, trasformando un insegnamento di Aldo Moro nel suo e nel nostro manifesto esistenziale, "malgrado tutto, l'evoluzione storica, di cui noi saremo stati determinatori, non soddisferà le nostre ideali esigenze; la splendida promessa, che sembra contenuta nell'intrinseca forza e bellezza di quegli ideali, non sarà mantenuta. Ciò vuol dire che gli uomini dovranno pur sempre restare di fronte al diritto e allo stato in una posizione di più o meno acuto pessimismo. E il loro dolore non sarà mai pienamente confortato. Ma questa insoddisfazione, ma questo dolore sono la stessa insoddisfazione dell'uomo di fronte alla sua vita, troppo spesso più angusta e meschina di quanto la sua ideale bellezza sembrerebbe fare legittimamente sperare. Il dolore dell'uomo che trova di continuo ogni cosa più piccola di quanto vorrebbe, la cui vita è tanto diversa dall'ideale vagheggiato nel sogno. Forse il destino dell'uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino". Ciao Mino, ci mancherai.

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