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10 Dicembre 2010

In economia un fallimento,
se ne può uscire così

Argomento: Dossier Berlusconi
Autore: Emilio Barucci

Il dibattito sull'economia italiana negli ultimi venti anni presenta più di un'analisi e di una ricetta attorno ad un dato inequivocabile: il paese è cresciuto meno degli altri paesi europei e al contempo la diseguaglianza è cresciuta più che altrove. Un risultato non lusinghiero che deve far riflettere su venti anni di governi di centrodestra e centrosinistra suggerendo una trama che proverò a tratteggiare: un disegno ambizioso portato avanti negli anni ‘90 dal centrosinistra che non è stato completato e non ha dato i frutti sperati, un "fallimento" su cui è intervenuto il centrodestra che ha guardato soprattutto agli interessi particolari (dei propri elettori) completando l'opera in negativo.

A partire dal 1992, il centrosinistra ha portato avanti un progetto di ammodernamento del paese centrato su alcuni pilastri quali liberalizzazioni, rigore nei conti pubblici, privatizzazioni, adesione all'euro. Un progetto che è stato solo in parte compreso e attuato. Faccio riferimento all'equivoco secondo cui l'Italia avesse bisogno solo di privatizzazioni, tagli e liberalizzazioni, non comprendendo invece che il rilancio del paese richiedeva anche un ammodernamento della macchina pubblica nel suo insieme: pubblica amministrazione, istituzioni, ecc. C'era un'esigenza di meno Stato ma anche di uno Stato più efficace e più presente in alcuni gangli della società che non è stata compresa fino in fondo.

Nel progetto di ammodernamento messo in pratica si è interpretato quasi soltanto il tema dell'uscita dello Stato imprenditore e della regolazione pensando che poi il privato sarebbe stato in grado di autoregolarsi, di garantire sviluppo e di fare da traino all'intero paese. Così facendo il progetto di riforme si è ridotto ad un generico "meno Stato", passaggio da Stato imprenditore a Stato regolatore, liberalizzazioni non curate a dovere che - senza istituzioni efficaci - sono state catturate dal privato. Non si è compreso invece che per funzionare al meglio avevamo bisogno anche di amministrazioni e istituzioni più efficienti.

Questa impostazione ha mostrato più di un limite. Per fare alcuni esempi si pensi all'incapacità di costruire una rete a banda larga in presenza di operatori privati, ai ritardi nel potenziare la rete di trasmissione energetica tra le diverse zone del paese, ai problemi che la riforma del Titolo V della Costituzione ha portato nella realizzazione di opere pubbliche. Si pensi al basso livello di investimenti in ricerca e sviluppo messi in campo dalle imprese private, all'insuccesso degli esperimenti di politica industriale e delle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno. Il raggiungimento di questi obiettivi - che il privato non è in grado di perseguire - richiede un ruolo attivo dello Stato che opera come imprenditore, programmatore, pubblica amministrazione. Un punto non compreso fino in fondo proprio dalle forze di centrosinistra.

L'effetto di questo progetto alla prova dei fatti non è stato soddisfacente per l'economia italiana ma ha portato a mutamenti notevoli per la società: un arretramento disordinato dello Stato che ha fatto emergere la centralità del mercato nella composizione degli interessi economici e financo dei diritti. Un disegno che è andato di pari passo con la centralità che ha assunto l'individuo, le sue scelte fuori da ogni forma di paternalismo e da ogni forma di intermediazione da parte di forze politiche o sociali. Al centro abbiamo la persona, poliedrica, con interessi diversi, non riassumibili in una ideologia. E' una trasformazione profonda della società che non riguarda soltanto l'Italia e che appare essere strettamente connessa con la crisi della forma partito che per natura è nata per soddisfare interessi generali (diritti civili e sociali in primo luogo) di un ampio gruppo di persone.

Il cambiamento è stato profondo. Su questo terreno sarebbe dovuto attecchire il progetto di ammodernamento del paese. Il problema è che il suolo era troppo arido e il progetto - non concepito per bene - non ha dato i frutti sperati.

Un'economia che non cresce, conflitti di interesse e rendite che aumentano, società sempre più ineguale, esaltazione della centralità dell'individuo nei suoi interessi più o meno nobili, disintermediazione delle organizzazioni che tradizionalmente avevano svolto un ruolo in Italia hanno creato un terreno fertile per mettere in crisi il progetto riformatore e per permettere il consolidarsi del metodo di governo del centrodestra che era ortogonale in larga misura a quello del centrosinistra. Di fronte ad un progetto di ammodernamento dello Stato che proponeva un beneficio di là da venire, il centrodestra ha avuto buon gioco a fare leva sugli istinti più individualistici che venivano ad essere riconosciuti come più che legittimi nel mutato scenario. Se la torta diventa sempre più piccola allora ognuno si appropria della sua fetta e cerca di farla crescere a scapito di quella degli altri. Per comprendere il punto: nella gestione dell'economia da parte dei governi di centrodestra non si parla mai di un obiettivo per l'economia, per la società, non si pone mai il problema in termini di obiettivi di sviluppo, equità o quant'altro, si parla sempre ad una parte della popolazione. Il metodo di governo prevede di balcanizzare i portatori di interessi e di rivolgersi a quelli che tipicamente sostengono il governo elargendo loro quello che è possibile sotto forma di favore esplicito.

Non si ricorre ad un'architettura di governo a carattere universale che dovrebbe durare ma a misure tampone secondo il motto ‘‘il mercato se possibile, lo Stato se necessario''. Questo approccio porta con sé l'abbandono delle regole e di uno Stato imparziale che vengono ad essere sostituiti da una nuova centralità dello Stato come arbitro con le mani libere e come interlocutore di interessi particolari. Parcellizzazione degli interessi e concertazione con parti della società sono divenute i pilastri del nuovo metodo di governo. In questo modo assistiamo ad una svolta ad U rispetto alla costruzione di un assetto di governo che prevede uno Stato che agisca in primo luogo come arbitro secondo regole ben definite.

E' il terreno del familismo amorale, dell'annacquamento delle distinzioni tra destra e sinistra, dell'antipolitica con il sistema di rappresentanza-governo dell'economia che viene imbastardito profondamente. Anche nella prima Repubblica questo succedeva ma c'erano i partiti che intermediavano/rappresentavano gli interessi. Nell'ultima esperienza di centrodestra invece il governo è stato affidato al primo ministro che ha fatto del conflitto di interessi la regola e ad un ministro dell'Economia che ha fatto del rigore dei conti pubblici (almeno a parole) la stella polare. Tutto questo ha portato a misure spesso inefficaci e velleitarie. Quando funzionano, il vantaggio è andato ad una parte ben precisa dell'elettorato. Il lascito è pericoloso e duraturo in quanto riguarda la costituzione immateriale del paese. Per rispondere in modo adeguato non basta riavvolgere il nastro e rispolverare il vecchio progetto, occorre ripensarlo ponendo mano alle criticità che non sono state affrontate. Solo così si potranno costruire le basi per una seria politica di sviluppo e per un nuovo programma di governo.

Emilio Barucci
Politecnico di Milano
www.nelmerito.com

 

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