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29 Gennaio 2012

Oscar Luigi Scalfaro,
coscienza della Repubblica

Argomento: Vite
Autore: Lorenzo Gaiani

Dire che Oscar Luigi Scalfaro è stato uomo delle istituzioni può sembrare riduttivo di fronte ad un'esperienza di vita durata 93 anni, ma a ben guardare è forse il modo migliore per sintetizzare quello che veramente è stato un grande sacerdozio repubblicano che ha abbracciato la parte più attiva di una lunga esistenza e che si è concluso, come spesso accade, solo con la morte.

Figlio di padre meridionale e madre novarese, soleva definirsi "figlio dell'Unità d'Italia", anche se ebbe ben salde le sue radici nella città piemontese dove volle mantenere la residenza anche se la gran parte della sua attività si svolgeva ormai a Roma. Laureatosi in Giurisprudenza entrò in magistrature nel 1943 nella sua città, e vi rimase anche durante il periodo dell'occupazione tedesca e del Governo fantoccio dei fascisti svolgendo un delicato doppio gioco con le forze della Resistenza che gli permise di salvare dal carcere e dalla morte molti antifascisti.

Entrato nella neonata Democrazia Cristiana, fu il candidato naturale dei cattolici novaresi alla Costituente nel 1946, e quell'esperienza, come per tanti altri, ne marcò indelebilmente la vita successiva. Più volte infatti egli ricordò che la Costituzione non era solo un pezzo di carta e nemmeno una venerabile legge fondamentale, ma costituiva nel suo spirito più profondo la sintesi di ideologie profondamente diverse che si erano incontrate, come era solito dire citando un altro grande costituente, Giuseppe Dossetti, sulla questione dell'uomo, della sua centralità come portatore di diritti innati al cui servizio la nuova Repubblica si metteva. La sua resistenza nei confronti di procedimenti confusi ed abborracciati di riforma della Costituzione non nasceva da spirito di conservazione, ma dalla constatazione che, al di là di alcuni aspetti di carattere strumentale perfettibili come qualunque cosa a questo mondo, la ricerca costituente del periodo 1946-1947 si era giovata, per quanto possibile, di uno spirito di ricerca di soluzioni condivise per un testo che potesse durare a lungo e garantire ai cittadini quella certezza del diritto e quelle forme di cittadinanza sociale che lo Statuto albertino nemmeno concepiva. Nulla a che fare, quindi, con i progetti eversivi nella forma e nella sostanza di chi voleva fare del proprio predominio personale, inteso in stile aziendale, la legge suprema dello Stato, magari appoggiandosi ad una legge elettorale truffaldina.

Scalfaro fu un uomo di grande fede, un cattolico tutto d'un pezzo, come suol dirsi, ma proprio la saldezza e l'intensità della sua fede, come già per il suo maestro Alcide De Gasperi, lo esimevano da bigottismi e da esibizioni di "radici cristiane" come è spesso abitudine oggi da parte di individui che dell'autentico spirito evangelico non sanno che farsene (ed il fatto che settori della gerarchia ecclesiastica preferiscano gente di questo tipo a persone dello stampo di Scalfaro non può che mettere tristezza).

Fu anche un conservatore, e si distanziò da Dossetti e Lazzati, che pure stimava perché non condivideva il loro giudizio critico sull'operato di De Gasperi, e venne sempre ascritto alle correnti di destra della Dc, opponendosi sia al primo centrosinistra sia alla politica dell'unità nazionale (ed infatti una parte del famoso, ultimo discorso di Moro di fronte ai gruppi parlamentari democristiani nel febbraio 1978 era di fatto una replica ad un precedente intervento di Scalfaro). E però nello stesso tempo, egli seppe sempre quali erano i confini invalicabili della democrazia italiana e lo dimostrò nel 1950 in piena guerra fredda, quando le destre monarchiche e neofasciste cercavano di fare una sorta di "processo alla Resistenza" , giovandosi anche dell'appoggio silenzioso di certi settori democristiani e clericali, e lui reagì abbracciando nel pieno centro di Novara il suo vecchio amico Cino Moscatelli, il famoso capo partigiano della Valsesia allora deputato comunista, come pure fra i più decisi a sostenere due anni dopo la legge voluta da De Gasperi e Scelba per vietare la ricostituzione del partito fascista e l'apologia di fascismo.

Lo Scalfaro più noto al grande pubblico è sicuramente quello del periodo della sua Presidenza della Repubblica fra il 1992 ed il 1999, che veniva dopo il torbido periodo della "picconate" anticostituzionali di Cossiga, mentre la sua elezione cadde all'indomani dell'attentato che stroncò la vita di Giovanni Falcone e due mesi prima di quello che uccise Paolo Borsellino, nel pieno della crisi di Tangentopoli che spazzava via il sistema dei partiti di quella che venne definita Prima Repubblica, aprendo scenari inquietanti. In questa fase complessa Scalfaro fu guida sicura, sia contro i rigurgiti di terrorismo che mescolavano la reazione stragista della mafia con altri torbidi interessi, sia di fronte all'avventurismo del Governo delle destre uscito dalle elezioni del 1994.

Il contrasto fra Scalfaro e Berlusconi era in un certo senso scritto nelle stelle, viste le profonde differenze umane prima ancora che politiche fra i due, con l'impossibilità per un uomo cresciuto alla scuola del dovere del bene comune di comprendere e meno ancora apprezzare chi aveva messo al centro delle sue aspirazioni il potere ed il denaro, e trovava del tutto normale proporre al Ministero della Giustizia il nome del suo avvocato, quel Cesare Previti già abbondantemente chiacchierato che anni dopo una sentenza della Cassazione avrebbe bollato come corruttore di giudici per conto terzi.

La coerenza con gli ideali religiosi e politici della giovinezza rimane il filo rosso dell'esistenza di Scalfaro, e per questo il suo nome rimarrà iscritto fra i benemeriti della Repubblica. A chi oggi vuole impegnarsi in politica resta la forza di un esempio.

 

IL GALANTUOMO INTRANSIGENTE di Roberto Bertoni

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