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02 Luglio 2012

Le speranze
di una generazione inascoltata

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

Bisogna rivolgere un sincero plauso ai tecnici e agli esperti consultati dal ministero per la formulazione delle tracce assegnate alla prima prova dell’esame di Maturità. Per la prima volta dopo anni, infatti, si può dire che fossero veramente temi, non surrogati o imitazioni malriuscite; temi con tutti i crismi, temi attuali, temi come la crisi e i disagi dei giovani, come la tragedia della Shoah, come le responsabilità della scienza e della tecnologia, come il rapporto tra il bene individuale e il bene comune (così attuale in quest’epoca segnata dall’egoismo e dall’individualismo).

Senza dimenticare la traccia a mio giudizio più significativa, quella che avrei scelto ad occhi chiusi proprio per la sua originalità, per il suo essere controcorrente, ispirata da una frase del filosofo Paul Nizan: “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”.

Inoltre, c’erano anche un’analisi del testo in merito ad un brano di Eugenio Montale ed un saggio breve di ambito artistico-letterario sul complesso argomento del labirinto, con scritti di Ariosto, Borges, Calvino, Eco ed immagini di quadri di Picasso (Minotauromachia), Pollock (Pasiphae) ed Escher (Relatività). Ora, per quanto io non sia mai stato un sostenitore di questo genere di tracce e per quanto consideri l’analisi del testo e il saggio breve, per l’appunto, dei surrogati del tema classico, che prediligo di gran lunga, anch’esse non erano male, dopo anni di errori, figuracce, richieste assurde, testi formulati male e privi della minima corrispondenza con quel che si studia a scuola, come se li avessero formulati dei marziani o, a voler essere puntigliosi, come se fossero stati redatti in maniera sciatta, senza cura, senza attenzione, senza amore nei confronti dei ragazzi che li avrebbero dovuti svolgere.

Quest’anno, invece, le tracce erano formulate dalla parte degli studenti, tese ad assecondare i loro sogni, le loro speranze, le loro passioni, le loro incertezze, desiderose di sfatare alcuni miti comuni come, ad esempio, quello della “giovinezza età dorata” a prescindere, che dimostrava di essere fallace già ai tempi di Lorenzo il Magnifico.

Non a caso, oltre il sessanta per cento dei maturandi ha privilegiato le tracce inerenti all’attualità e questo – a mio giudizio – è un chiaro messaggio politico che il Partito Democratico ha il dovere di non sottovalutare. La nostra generazione, difatti, ha deciso di riappropriarsi di ciò che questo decennio barbaro le ha tolto: la conoscenza del passato, l’analisi del presente, le proposte e le prospettive per il futuro. Come molti altri argomenti, finché è stato in auge il berlusconismo (che non si è ancora estinto, anzi) semplicemente non se n’è parlato, al punto che spesso, negli anni trascorsi sui banchi di scuola, ho avuto l’impressione che di determinate questioni non se ne potesse parlare, non certo per colpa degli insegnanti, come se vigesse una sorta di divieto dall’alto, come se fosse un tabu occuparsi di attualità e approfittare di occasioni propizie come i componimenti per riflettere, suggerire idee, confrontarsi col mondo e con la società che ci circonda. Non c’è da meravigliarsi, dunque, quando ascoltiamo interviste ai limiti del delirio, con alunni che parlano del 25 aprile 1945 come del giorno della liberazione dall’oppressione austriaca o dal dominio spagnolo; e chi cade continuamente dalle nuvole dimostra solo di essere in malafede e, spesso, di essere tra gli artefici dell’attuale disastro.

Per fortuna, in un contesto così triste, c’è finalmente qualcuno che si ribella allo strapotere del pensiero unico, alla prepotenza di chi vuole annientare la discussione, il dibattito, il confronto. Per fortuna, nel momento più importante ed emotivamente più intenso, c’è qualcuno che ha deciso di riappropriarsi di ciò che gli è stato strappato con la forza, ovvero la possibilità di potersi esprimere liberamente e di poter riversare sul foglio i propri sogni e i propri sentimenti.

Se almeno i ragazzi avessero avuto in tempo la percezione di cosa fosse questa crisi, di quali fossero le sue reali dimensioni e di quanto fosse elevato il rischio che essa potesse porre una seria ipoteca sul futuro, probabilmente oggi non saremmo ridotti in queste condizioni. E se ai ragazzi fossero stati forniti tutti gli strumenti necessari per approfondire la barbarie del nazi-fascismo, delle leggi razziali, della xenofobia, dell’odio etnico, dell’omofobia, di come può nascere e ascendere rapidamente al potere una dittatura, oggi non avremmo svariati partiti neofascisti né continue aggressioni ai danni degli omosessuali né un ordinamento legislativo così arretrato al riguardo e, forse, non avremmo nemmeno avuto ministri che si compiacevano di norme come quelle sui respingimenti in mare e sull’aumento del periodo di detenzione degli immigrati nei CIE.

Se alla nostra generazione fosse stato consentito di avere una percezione corretta dei vent’anni, con ogni probabilità ce li saremmo pure potuti godere, al netto delle difficoltà oggettive che stiamo affrontando, senza il veleno delle false illusioni, delle speranze tradite, dei sogni infranti, dell’assenza di esempi positivi e di punti di riferimento, perché saremmo cresciuti con un’idea solidale e collettiva della società e dei rapporti umani. Già, se solo a scuola fossero state propinate meno crocette, meno quiz, meno scelte multiple, meno analisi del testo, meno terze prove, meno crediti, meno debiti e meno inutili fatuità varie, la crisi ci sarebbe stata e ci sarebbe comunque ma avrebbe un altro aspetto. Sarebbe senza dubbio una crisi economica ma non anche una crisi politica, sociale, culturale, valoriale, di modelli e di progetti che, purtroppo, mancano.

È noto che la storia non si possa fare con i se e con i ma; tuttavia, se solo non avessimo subito la distruzione scientificamente pianificata della scuola pubblica, oggi non avremmo una generazione che non vede l’ora di fuggire all’estero per veder riconosciute le proprie competenze, non avremmo un debito pubblico che sfiora i duemila miliardi, non avremmo un Parlamento composto come tutti sappiamo, non avremmo una classe politica così screditata e disprezzata dai cittadini e non correremmo il rischio di ritrovarci un grillino a Palazzo Chigi. Tutto questo a dimostrazione di come i grandi cataclismi della storia nascano, per lo più, dal basso, da un insieme di semplici storie personali di cui nessun mezzo d’informazione darà mai notizia.

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