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30 Agosto 2012

Quanto distante
Rimini da Trento...

Alcuni osservatori hanno accusato di meschinità la redazione on-line di “Famiglia cristiana” per aver pubblicato un pezzo critico sul Meeting ciellino di Rimini, in particolare per il fatto che i partecipanti all'annua sagra politico-affaristica romagnola sembrano applaudire a comando tutti gli uomini di potere - non solo gli esponenti politici, se ci si ricorda delle esaltanti performance riminesi di Sergio Marchionne e persino, in anni lontani, di Raul Gardini - che si affacciano da quelle parti.

In realtà non c'è nulla di meschino nel rilievo del settimanale paolino, c’è solo la semplice descrizione del dato di fatto di un movimento ecclesiale, politico ed economico che, oltre a fare sistematica confusione sul piano in cui porsi - visto che di volta in volta non si capisce bene se l'interlocutore che ci si trova davanti sia un leader religioso, un capo politico o un abile affarista - ad ogni occasione, fin dalla sua costituzione, non ha fatto altro che tempestare contro i poteri terreni e le loro propaggini ecclesiali e nello stesso tempo va d'amore e d'accordo con tali poteri terreni, purché, si capisce, sia generoso nell’aprire i cordoni della borsa.

Prova ne sia che alcuni esponenti politici a Rimini non ci sono mai andati e mai ci andranno, primo fra tutti Romano Prodi, che sotto il profilo religioso, politico e soprattutto morale è l'antitesi esatta del tipo di uomo di potere che tanto piace ai ciellini: utile memento, peraltro, nei confronti di quegli esponenti “pragmatici” del PD che invece a Rimini ci vanno volentieri, e che in vita loro, a differenza di Prodi, non hanno mai vinto nulla.

Il fatto è che la revisione dei comportamenti da parte dell'intera galassia di Comunione e Liberazione che era stata annunciata da don Julian Carron nella sua lettera a “Repubblica” dell'inverno scorso è rimasta fin qui inattuata, come se l'aver ammesso l'esistenza di una questione morale all'interno del movimento fondato da don Giussani abbia automaticamente esentato gli appartenenti a CL da ogni altra forma di considerazione su se stessi e sul proprio rapporto con la politica e gli affari. Nel frattempo, peraltro, il progredire delle inchieste su Roberto Formigoni e sul suo entourage avrebbe dato ulteriori elementi di riflessione, che invece sono mancati.

Ad essere sinceri, si ha la sensazione che questo tipo di revisione il “nocciolo duro” ciellino non sia disposto a farla, sia per la tendenza al vittimismo e al messianismo che costituiscono da sempre uno degli elementi portanti della retorica interna al Movimento, sia per il fatto che è molto difficile abbandonare toni e metodi che si sono rivelati vincenti, elemento decisivo in un'organizzazione che ha sempre visto (assai poco cristianamente) il successo mondano come uno degli obiettivi principali cui tendere.

Non ha poi giovato all'immagine ecclesiale di CL la diffusione dell'inaudita lettera dello stesso don Carron al Nunzio apostolico in Italia scritta lo scorso anno nell'imminenza della scelta del nuovo Arcivescovo di Milano, nella quale, per patrocinare la causa del card. Angelo Scola, non si trovava di meglio che di gettare fango sul governo pastorale dei cardinali Martini e Tettamanzi, con una seria di accuse generiche da cui traspariva essenzialmente l'astio e la frustrazione dei veri autori (milanesi) della lettera ai quali lo spagnolo Carron ha imprudentemente prestato la firma, avallando calunnie ed esagerazioni su questioni che sono evidentemente estranee alla sua esperienza e conoscenza. La rivelazione di questa lettera da parte di Gianluigi Nuzzi nel suo libro Sua Santità ha avuto il duplice effetto di mettere in difficoltà il card. Scola, di radici cielline ma impegnato ad agire con grande equilibrio come pastore di tutta la Chiesa ambrosiana, e di rafforzare la generale corrente di antipatia di larghi settori del cattolicesimo milanese verso un Movimento che è sì nato a Milano ma che, come ha scritto Gianfranco Brunelli sul “Regno”, “continua dopo tanti anni a ragionare in termini di appartenenza a se stesso, di autoreferenzialità e non ancora, definitivamente, in termini di servizio e di condivisione nella Chiesa locale”.

Proprio per questo, confrontando tali vicende con le cronache riminesi che riferiscono di applausi deliranti all'autodifesa di Formigoni, condita dall'abituale arroganza (un altro tratto caratteristico dei ciellini, anch'esso ben difficilmente riconducibile ad una radice evangelica), si è tentati di pensare che don Carron sia più sincero nelle lettere riservate che in quelle pubbliche.

Si noti poi che l'ovazione riservata a Monti da Giorgio Vittadini, che si è spinto ad auspicare la “grande coalizione” anche dopo le prossime elezioni politiche ha riscontrato riserve all'interno della stessa CL, di cui si è fatto interprete il ben noto Antonio Socci in un articolo su “Libero” in cui ha rivendicato per il Movimento una sorta di “scelta religiosa” (dopo aver per anni ridicolizzato tale espressione quando venne adottata dall'Azione cattolica di Vittorio Bachelet ed Alberto Monticone), appoggiandosi proprio al rifiuto di ogni collateralismo politico espresso da don Carron nella sua lettera (quella pubblica).Segno evidente di quanto sia difficile per CL congedarsi definitivamente dalla stagione berlusconiana (e formigoniana) senza ricorrere ad una qualche stampella politica come si usa in casa ciellina dai tempi indimenticabili di Vittorio Sbardella.

Questo disagio, come è noto, non riguarda soli i ciellini, ma si esprime anche in altri settori del cattolicesimo italiano che vogliono riprendere a ragionare di politica, alcuni dei quali hanno creduto di ritrovare nella figura di Alcide De Gasperi il punto di riferimento di nuove, possibili forme di impegno. A questo proposito Agostino Giovagnoli in un articolo comparso su “Repubblica” del 24 agosto ha ricordato come De Gasperi ben a ragione venga considerato lo statista fondatore della nuova Italia, e lo contrappone ai fautori del bipolarismo come pure a coloro che nella sua opera vedono essenzialmente un'opera di consolidamento delle politiche liberiste e non anche un riformista di stampo keynesiano.

Quanto al primo elemento, stupisce che a un fine conoscitore della storia nazionale quale Giovagnoli sia sfuggito il fatto che in Italia il bipolarismo è sempre esistito, fin dal 1948, con la rilevante “eccezione nazionale” per cui il polo di sinistra si consolidava intorno ad un forte partito comunista, con ciò rendendo impossibile l'alternanza di governo che nel resto d'Europa avveniva normalmente. De Gasperi fu uno dei più convinti costruttori di questo tipo di bipolarismo, operando nelle condizioni date, e avendo la percezione, secondo la famosa confidenza fatta ad Emilio Bonomelli, che esse avrebbero potuto mutare incidendo sulla natura stessa del suo partito.

Quanto al profilo riformista di De Gasperi, esso fu possibile perché lo statista trentino non era solo, a differenza di quanto sembra trasparire dall'articolo di Giovagnoli: egli infatti nel contesto stesso della Democrazia cristiana poté giovarsi di presenze critiche che divennero, in taluni momenti felici, forze collaborative intente a dar spessore al suo progetto riformista, come accadde nel periodo forse più fecondo, quello fra il 1949 ed il 1951, quando Dossetti era Vicesegretario della DC, Fanfani Ministro del Lavoro e La Pira suo Sottosegretario e Lazzati faceva parte del direttivo del Gruppo parlamentare mentre Enrico Mattei, scongiurata (grazie a De Gasperi) la chiusura dell'AGIP, iniziava la grande avventura dell'ENI, che tanto fastidio avrebbe dato alle destre dentro e fuori l'Italia.

Insomma, la stagione degasperiana fu importante perché il leader trentino seppe inserire nel progetto politico da lui guidato elementi riformisti diversi (e il suo biografo Piero Craveri, non certo un uomo di sinistra, ha ammesso che la rivista dossettiana “Cronache sociali” era fra le più aperte al dibattito riformista europeo ed internazionale) facendone sintesi pur tenendo conto della presenza all'interno del suo stesso partito di elementi di freno e di correnti legate a settori regressivi della Chiesa e della società italiane.

Che cosa c'entra tutto ciò con il desolante spettacolo ecclesiale, sociale e politico dei nostri tempi? Nulla, proprio nulla: ed è questo il vero problema.

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