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04 Settembre 2012

Non chiamateci
“generazione perduta”

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

Se dovessi indicare le qualità che ho maggiormente apprezzato in Monti in questi mesi, non esiterei a scegliere la sincerità e il coraggio. Ho ancora in mente, infatti, una lunga intervista che ha rilasciato quest’estate a “Sette” (il magazine del “Corriere della Sera”), nella quale, rispondendo in merito al messaggio che si sentisse di dare ai 30-40enni italiani che sono stati definiti la “generazione perduta”, in relazione al mercato del lavoro, ha affermato: “Le risposte corrette l’Italia avrebbe dovuto darle dieci, venti anni fa, gestendo in modo diverso la politica e la politica economica, pensando di più al futuro e un po’ meno all’immediato presente. Alcide De Gasperi diceva che il politico pensa alle prossime elezioni, mentre l’uomo di Stato pensa alle prossime generazioni. Lo sottoscrivo. Quindi la verità, purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza – nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema – possono essere dati dai giovani che verranno tra qualche anno. Ma esiste un aspetto di ‘generazione perduta’, purtroppo. Si può cercare di ridurre al minimo i danni, di trovare formule compensative di appoggio, ma più che attenuare il fenomeno con parole buone, credo che chi in qualche modo partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni alla ‘generazione perduta’, ma soprattutto impegniamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre, di generazioni perdute”.

Nelle ultime settimane, si è discusso molto di quali punti dell’agenda Monti sarebbe opportuno inserire nel programma del prossimo governo (con l’ovvio auspicio che sia di centrosinistra). Personalmente, più che dei punti programmatici, porterei con noi dei valori, dei princìpi etici, un approccio ai gravissimi problemi del nostro tempo che è mancato troppo a lungo nella politica italiana.

Di fronte ai dati agghiaccianti forniti dall’ISTAT in tema di disoccupazione, infatti, non si può non cogliere immediatamente la crudeltà delle cifre: nel secondo trimestre del 2012, i giovani occupati tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di 1.457.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2007, passando da 7 milioni e 333 mila a 5 milioni e 876 mila, con un decremento del 19,9 per cento (230.000 solo nell’ultimo anno). Al contrario, la fascia d’età tra i 55 e i 64 anni è cresciuta, dal 2007 a oggi, di 626.000 unità (più 26 per cento), passando da 2 milioni e 403 mila a 3 milioni e 29 mila (di cui 226.000, più 8 per cento, solo nell’ultimo anno).

Al netto delle cifre, che purtroppo parlano da sole, questi dati ci indicano chiaramente quale sarà il vero problema da affrontare nei prossimi anni e quale dovrà essere il nostro orizzonte: strappare alla disillusione, alla rassegnazione e allo sconforto una generazione, la nostra, che si sente ancora più perduta di quella dei trentenni e dei quarantenni, proprio perché sa che dovrà mettersi in fila, che si troverà a dover competere con avversari tenuti ai margini fino ad oggi e dunque desiderosi, direi anche giustamente, di non mollare più nemmeno un centimetro, di dover crescere alle spalle di persone che avranno troppo tempo da recuperare e troppo da badare a se stesse per dedicare la minima attenzione a noi, che rischiamo seriamente di trovarci peggio di loro.

E allora è questo il vero punto dell’agenda Monti da inserire nel nostro programma, declinandolo secondo i canoni di un progressismo riformista di stampo europeo: evitare la guerra tra generazioni, che sarebbe solo una tragica guerra tra poveri, e stipulare un nuovo “Contratto sociale”, nel senso rousseauiano del termine, tra chi ha avuto molto e chi non ha ancora avuto nulla, tra le generazioni dei nostri padri e dei nostri nonni e la nostra che si affaccia alla vita tra mille incertezze, tra l’esperienza di chi ha già un lungo percorso alle spalle e la freschezza di idee di chi ha tutta la vita davanti e un cammino disseminato di ostacoli di fronte a sé.

Come ha sostenuto Sergio D’Antoni: una possibile via d’uscita dalla crisi passa dalla “partecipazione dei lavoratori alle decisioni strategiche delle imprese, che rappresenta la chiave di volta di un nuovo modello di sviluppo solidale e partecipativo, capace di coniugare l’allargamento dei diritti dei lavoratori al necessario aumento di produttività e competitività. A questo punto le dichiarazioni devono lasciare spazio alla concretezza”. Perché, in fondo, basta conoscere un po’ la nostra storia per accorgersi che risiede proprio in questo reciproco tendersi la mano la nostra vera forza, la nostra eccezionalità, quel qualcosa in più che gli italiani riescono a tirare fuori nei momenti peggiori, quando tutto sembra ormai perduto. Non a caso, i principali simboli della rinascita e del boom economico del dopoguerra sono costituiti dall’Autostrada del Sole (che unì il Nord e il Sud) e dall’esplosione demografica, che favorì la crescita e l’affermazione di una generazione, quella del premier Monti, che ha tuttora in mano le redini del Paese.

I simboli della nostra rinascita, invece, potrebbero essere le grandi infrastrutture, i corridoi europei e gli investimenti nelle start-up e nelle nuove tecnologie, oltre alla piena integrazione dei nuovi italiani e delle loro famiglie che consentirebbe, finalmente, di valorizzare le diversità socio-culturali presenti all’interno della nostra società e di condurre, anche da questo punto di vista, l’Italia in Europa. Senza contare che, accettando queste sfide, oltre a costruire una solida alleanza tra progressisti e moderati, in grado di rendere davvero costituente la prossima legislatura, si potrebbe preparare il terreno per il fiorire di una nuova classe dirigente, la nostra, cui spetterà l’immenso compito di realizzare e far prosperare l’Europa unita, abbattendo le ultime barriere rimaste ed eliminando le chiusure e i pregiudizi che hanno segnato questo decennio delle destre.

Per questo, sono più che mai convinto che le parole di Monti non fossero un atto d’accusa né, tanto meno, una riflessione rassegnata, ma al contrario uno sprone a dare il massimo, a mettercela tutta, a viaggiare, a scoprire, ad allargare i nostri orizzonti affinché nessuno possa avere più il diritto di considerarci spacciati.

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