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20 Settembre 2012

Tutti gli orfani
di Sergio Marchionne

Argomento: Lavoro
Autore: Lorenzo Gaiani

Sergio Marchionne, si dice, fa il suo mestiere, e va bene, per quanto ciò non sia una giustificazione in assoluto perché ci sono mestieri e mestieri, e l’assolutizzazione del profitto a discapito delle condizioni di lavoro e alla fine del lavoro stesso non può essere considerato un sottoprodotto inevitabile del modo in cui il manager italo-canadese fa, per l'appunto, il suo mestiere.

Resterebbe da capire che mestiere fa altra gente, a partire da alcuni Ministri della Repubblica, che di fronte alla fin troppo annunciata decisione di Marchionne di non dar seguito al progetto di Fabbrica Italia – confermata in sostanza dall’intervista telefonica rilasciata ad un imbarazzato Ezio Mauro e pubblicata su La Repubblica del 18 settembre – con ciò segnando il probabile disimpegno dall’Italia della FIAT con contorno di licenziamenti di massa, esitano a convocare il manager ed i suoi padroni Agnelli-Elkann per chiedere conto e ragione delle loro strategie industriali – se ci sono – e di fronte al telefono recitano la scena degli innamorati adolescenti : “chiamo io o chiami tu?”. O qualche “grande” giuslavorista che per motivi incomprensibili – e si spera non reiterabili – è anche senatore del PD che di fronte all’evidenza della cantonata presa quando magnificava gli accordi sindacali – altrimenti definibili a piacere “ricatto”, “diktat” o “ultimatum” – di Pomigliano e Mirafiori, continua a ripetere le sue litanie con la stessa arroganza di certi filosofi scolastici che non volevano guardare nel cannocchiale di Galileo per non veder smentite le loro tesi artificiose. Oppure qualche loquace Sindaco (ed aspirante premier) che, senza che nessuno gli avesse chiesto di disturbarsi, si schierò “senza se e senza ma” dalla parte di Marchionne ed ora forse potrebbe chiedersi se tante granitiche certezze non dovrebbero ogni tanto essere mitigate dal benefico effetto critico dei “se” e dei “ma”.

Bisognerebbe poi parlare di certi commentatori della carta stampata, ma qui, in considerazione del fatto che alcune delle maggiori testate nazionali hanno fra i loro azionisti i datori di lavoro di Marchionne, è chiaro che certi signori, in definitiva, il loro mestiere di penne vendute lo hanno fatto. Pochissime le eccezioni, se si eccettuano il manifesto e l’Unità: al Corriere forse solo Massimo Mucchetti, e alla Repubblica Gad Lerner e Luciano Gallino (alla Stampa nessuno, ma la cosa è abbastanza ovvia).

Proprio Gallino, in un fulminante articolo del 16 settembre, ha delineato la questione nei termini più appropriati: "In tale quadro di ministri simili al cavaliere di Calvino, inesistenti per quanto attiene alla questione Fiat (ma anche, duole dire, per altri casi recenti), e di commentatori sovente poco o male informati, spiccano le critiche di un imprenditore, Diego Della Valle, alle due massime cariche di Fiat, l’Ad Marchionne e il presidente Elkann. Ha detto, in soldoni, che la colpa di quello che sta accadendo alla società del Lingotto è tutta loro. Pare difficile dargli torto. Se un’impresa si ritrova in basso nelle classifiche europee, dopo essere stata per decenni in prima fila, chiunque mastichi un poco di questioni industriali e manageriali non può fare a meno di pensare che il suo massimo dirigente, al governo di essa ormai dal lontano 2004, qualche responsabilità ce l’abbia. Siano queste da cercare nell’ambito delle competenze – Marchionne non è un uomo dell’industria, viene dalla finanza – oppure di un disegno volto a trasferire il peso produttivo dell’impresa verso altri lidi per i più diversi motivi. Semmai si potrebbe obbiettare a Della Valle che al punto in cui siamo arrivati le critiche dovrebbero venir rivolte in maggior misura agli azionisti, in primo luogo alla famiglia che controlla finanziariamente la Fiat, più qualche altro grosso azionista che sta dalla sua parte, che non al dirigente di vertice. L’Ad in carica potrebbe essere congedato anche domani. Ma questo non cambierebbe di per sé la posizione dei maggiori azionisti, i quali ormai da lungo tempo mostrano, non con quello che dicono bensì con le scelte che compiono, di considerare l’industria dell’auto come un intralcio alla loro ricerca di maggiori rendimenti per i capitali di cui dispongono”.

Il progetto Fabbrica Italia non è fallito: semplicemente non è mai decollato, anche perché un vero e proprio piano industriale non si è mai visto, e nessuno Governo – nemmeno l’attuale – è stato capace di esigere dalla proprietà e dal management quella chiarezza di impegni, magari legata ad un serio cronoprogramma, che invece Barack Obama ha preteso da Marchionne per rivitalizzare la Chrysler salvando l’occupazione a Detroit.

Il nostro Paese – rilevano gli economisti Giuseppe Ciccarone ed Enrico Saltari, che provengono dalla scuola del “riformista solitario” Federico Caffè – non può pensare di curare la malattia della bassa produttività soltanto riducendo il peso del contratto di lavoro nazionale in favore della contrattazione decentrata e aumentando la quota del salario legata alla produttività realizzata. E’ invece necessario ripensare la contrattazione, legando la crescita dei salari non alla crescita della produttività effettivamente realizzata ma a quella programmata o contrattata dalle parti sociali. Inoltre, se la rilevanza attribuita alla flessibilità interna deve essere aumentata, quella della flessibilità esterna deve essere al contempo ridotta attraverso la semplificazione delle forme contrattuali”.

Quel che si chiede è uno sforzo di creatività della politica per inserire le nuove sfide del mercato in un quadro di garanzie più ampio e meno occasionale, visto che fra l’altro le possibilità di finanziamento degli ammortizzatori sociali tradizionali si stanno sempre più riducendo. A questo punto si tratta di capire in che modo la politica risponde alle istanze che la realtà sociale le pone. E si tratta di istanze pesanti, spesso, esse sì, radicali, come quelle evidenziate dagli ultimi rapporti ISTAT che parlano di un italiano su quattro a rischio povertà, di un PIL ormai inchiodato ai livelli più bassi, di una disoccupazione endemica, in breve, per dirla con Ilvo Diamanti, di un ascensore sociale bloccato. Ma forse per avere queste risposte servirà un Governo politico pienamente rilegittimato dal voto popolare.

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