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21 Settembre 2012

Non prevalga
la “cultura dell’invidia”

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

Molte volte, in questi mesi, mi è stata posta la domanda: cosa ne pensa un giovane come te di quest’ondata di giovanilismo che ha investito la politica, e a dire il vero l’intera società, italiana? Il primo pensiero, quello di pancia, mi dovrebbe indurre all’ottimismo, anche perché, sempre ragionando di pancia, non potrei che avvantaggiarmi dal diffondersi di una simile corrente di pensiero. Poi, però, subentrano la testa e il cuore e il pensiero va ad un pomeriggio dello scorso anno, a Roma, quando partecipai ad un corteo e ad una manifestazione dal titolo inequivocabile: “Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta”. Fu un pomeriggio bellissimo, quel 9 aprile 2011, un sabato pieno di Sole e di allegria, “di musica e parole” per dirla con Vecchioni. Fu il grado di rabbia e di determinazione di una generazione stanca di vedersi esclusa, abbandonata a se stessa, privata dei più elementari diritti e di ogni pur minima certezza. Fu una sfida con noi stessi e la vincemmo, dimostrando al Paese che anche noi, pur non essendo nel 1968, abbiamo delle idee e siamo in grado di batterci per portarle avanti, che non siamo affatto apatici o disillusi, delusi magari sì ma non anti-politici, che crediamo ancora nel futuro e nella possibilità di realizzare i nostri sogni, a dispetto della crisi, delle scuole che cadono a pezzi, delle università che non rispondo alle nostre esigenze culturali, di una società che non ha il coraggio di investire sulle nostre potenzialità.

Ricordo ancora quella marea umana, coloratissima e felice, che sfilò per le vie della Capitale fino a raggiungere l’Arco di Costantino. Ricordo gli slogan, i volti, le canzoni di quel giorno e poi ripenso a chi avevo al mio fianco: l’amico Tommaso Fulfaro, uno dei “mostri” di Articolo 21, una di quelle persone speciali dalle quali chiunque, ed in particolare un giovane, ha solo da imparare. Ad un tratto, gli domandai scherzando: “Tommaso, ma che ci fai qui tra i giovani?”. E lui, col solito tono burbero ma carico d’affetto, rispose: “Ma guarda tu cosa mi tocca fare alla mia età!”. Dopodiché, mi diede una grande lezione di vita, una delle tante che mi ha impartito in questi anni: “Non sbagliate anche voi, non commettete i nostri stessi errori: ciò che ha sempre fregato la sinistra in questo Paese è stata la ‘cultura dell’invidia’”. Mi si aprì un orizzonte: politico ed intellettuale.

Nel corso di quella manifestazione, infatti, ripercorsi con la memoria l’ultimo decennio, le nostre piazze, le nostre convinzioni, l’idea che abbiamo ingenuamente accarezzato tante volte di esserci finalmente lasciati alle spalle il berlusconismo, di averlo sconfitto, di aver estirpato le radici profonde di un modo di governare e di intendere i rapporti umani che ha condotto il Paese ad un passo dal baratro e ha umiliato la dignità di una generazione che non ha conosciuto o quasi l’adolescenza.

Mentre camminavo, sempre più soddisfatto per il buon esito dell’evento, ripensavo intensamente a come fossero trascorsi gli anni della mia formazione, tra speranze vanificate ed ideali troppo spesso sacrificati sull’altare di un realismo che, oltre certe proporzioni, sfocia nel cinismo. Ripensavo ai cortei contro le riforme Moratti e Gelmini e ai numerosi amici con i quali avevo condiviso quelle avventure: i viaggi in treno, le riunioni preliminari, le assemblee studentesche, le prime riunioni politiche, infinite discussioni e battaglie che mi facevano sentire quasi un veterano, nonostante avessi compiuto ventun anni due settimane prima.

E intanto mi risuonavano nella mente le parole di Tommaso: crude, gelide, intense e acuminate come possono essere solo le parole di chi ti vuole veramente bene.

Ero felice, al termine di quella giornata meravigliosa, ma avevo al tempo stesso un groppo alla gola: per le occasioni perdute, per gli errori commessi, per le troppe volte che, in questi anni, hanno prevalso i personalismi e i particolarismi di pochi sulle idee della collettività; e poi per quell’idea, sbagliata e deleteria, che già un anno fa si era fatta strada nella nostra generazione: l’idea dello scontro, del conflitto, della rivendicazione dura e pura, come se la nostra mancanza di diritti fosse davvero imputabile alle generazioni precedenti. Certo, i cedimenti al populismo e alcune leggi sbagliate approvate negli scorsi decenni, hanno contribuito all’aumento del debito pubblico; certo, stiamo pagando colpe e responsabilità non nostre; tuttavia, guai a chi pensasse che sono stati i nostri genitori o i nostri nonni a metterci in queste condizioni, anche perché se ancora non è esplosa una catastrofe sociale e possiamo parlare in qualche modo di “welfare state”, il merito è soprattutto loro, delle loro residue tutele e di quel minimo di garanzie economiche e sindacali che sono riusciti a difendere dai colpi di mannaia del neo-liberismo imperante in tutta Europa.

Quel giorno, in quella piazza, non era così, non si respiravano questi sentimenti pericolosi e divisivi: c’erano i giovani ma anche i meno giovani, compresi coloro che avevano partecipato alle vicende del mitico 1968 ed erano lì a darci una mano, un incoraggiamento, a guardarci negli occhi in un ideale passaggio di consegne.

L’ho scritto già altre volte e lo ribadisco: non usciremo da questa crisi se non attraverso un patto tra le generazioni. Non ne usciremo certo illudendo chi non ha diritti di poterli ottenere togliendoli a chi ha conservato quei pochi che gli consentono di vivere; non ne usciremo privando la nostra generazione di una guida, dell’esperienza e degli insegnamenti di chi ne sa di più e potrebbe aiutarci a crescere e a far emergere le nostre qualità; non ne usciremo senza un adeguato ricambio generazionale, ai vertici e alla base, che avvenga però seguendo i ritmi e i percorsi giusti, senza presunzione e senza precorrere eccessivamente i tempi, conservando sempre l’umiltà e l’orgoglio di capire prima di parlare e di tranciare, magari, giudizi a vanvera. E, soprattutto, non ne usciremo se prevarrà ancora una volta quella “cultura dell’invidia” che ci porta ad essere crudeli, egoisti, inutilmente malevoli, a bramare di raggiungere senza fatica posizioni per le quali ci sono persone che hanno lottato una vita.

Non saremo mai la futura classe dirigente di questo Paese, come pure sarebbe giusto che fosse, se non avremo l’intelligenza di lasciarci prendere per mano e se chi dovrebbe tenderci la mano preferirà, al contrario, continuare a promuovere se stesso.

In conclusione, ricordo un momento straordinario di quella manifestazione, senz’altro il più suggestivo. Ad un certo punto, sul palco,  fu letto un messaggio, le cui parole provenivano da un cuore rimasto giovane fino alla fine, che in uno dei passaggi più significativi recitava: “Quando scrivemmo la Costituzione volevamo che ogni persona potesse realizzare i propri diritti. L’Italia non è più capace di garantire lavoro ai propri figli. Mi auguro che i politici trovino la capacità di occuparsi della vostra situazione”. Scoppiò un applauso indimenticabile e su qualche viso, tra cui il mio, erano visibili i segni della commozione. Ancora grazie presidente Scalfaro.

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