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05 Ottobre 2012

Il patriottismo costituzionale
di un uomo di legge

Argomento: Vite
Autore: Francesco Saverio Garofani

“C’è il professore Elia”. Leopoldo amava frequentare la redazione. Veniva a scrivere i suoi articoli. Rigorosamente a mano. Spesso suggeriva un titolo, correggeva le bozze, con lo scrupolo del professore, appunto. E poi si fermava a discutere di politica. Sono trascorsi quattro anni dalla sua scomparsa e il tempo non ha colmato il vuoto, non ha diluito la nostalgia di chi lo ha conosciuto e lo ha avuto come prezioso punto di riferimento. Si sente, oggi, più che mai, la sua mancanza.

Servirebbero la sua sapienza giuridica, la sua intelligenza di costituzionalista, la sua straordinaria competenza legislativa. Di questi profili di Leopoldo Elia, del resto, è stato detto e scritto molto in questi anni, da tanti suoi colleghi e allievi del mondo accademico. Vale per tutti l’espressione che Valerio Onida volle usare ricordandolo, annoverandolo tra i ”padri costituenti” se non in senso letterale, per ovvie ragioni anagrafiche, in senso più ampio, per il suo continuo impegno dottrinario per la difesa e l’attuazione della Carta costituzionale.

Non è difficile immaginare cosa avrebbe detto Leopoldo di fronte alla progressiva decomposizione del nostro sistema istituzionale, allo svuotamento della nostra democrazia parlamentare, all’approssimazione imbarazzante e alle contraddizioni con cui si affrontano i problemi relativi al ridisegno dell’organizzazione statuale. Fino ai tatticismi e alle furbizie che avvolgono le discussioni sulla legge elettorale. Il tramonto inglorioso della seconda Repubblica lo avrebbe sorpreso forse nelle proporzioni del suo fallimento, non certo nel suo esito. Perché Leopoldo Elia, più di altri, aveva intuito e denunciato i limiti e i vizi che alla lunga avrebbero determinato la crisi dell’attuale sistema. Qui c’è la dimensione politica – e forse anche pre politica – di Elia, che è stata meno indagata, ma senza la quale riesce difficile entrare fino in fondo in quel suo “patriottismo costituzionale” che è la cifra distintiva del suo impegno giuridico.

Non si capirebbe davvero il valore di Leopoldo Elia, anche sul piano della sua scienza, senza esplorare il suo pensiero politico, la sua formazione culturale, la sua intensa e mai esibita spiritualità.

Leopoldo è stato uomo di legge. Ma sapeva il valore immenso di ciò che c’è prima della legge. Ricordo la sua commozione, fino alle lacrime trattenute a stento, quando, in una delle sue ultime uscite, in occasione di una commemorazione che organizzammo come gruppo del Pd, gli toccò parlare di Aldo Moro, un suo maestro. E concluse la sua relazione con una citazione di Moro che resta impressa: “La politica è un fatto di forza, più propriamente di consapevolezza, di fiducia nel proprio compito, ma ci deve pur essere più in fondo una ragione, un fondamento ideale, una finalità umana, per i quali ci si costituisce in potere ed il potere si esercita. E’ solo nell’accettazione incondizionata di una ragione morale che si sviluppa con coerenza il patrimonio delle nostre idealità ed il complesso degli impegni per il nostro tempo”.

Una ragione morale tanto forte e impegnativa da prevalere sulla sua istintiva e proverbiale mitezza. Tanto cogente da non ammettere deroghe o diserzioni. Per quella ragione morale e ideale Leopoldo Elia è stato tra i più convinti ed impegnati oppositori del berlusconismo e delle sue derive culturali, politiche e istituzionali. Quelle sue battaglie, penso a quella sul conflitto d’interessi, gli costarono molto e gli procurarono molte inimicizie. Bisogna dirlo, anche da parte di un certo mondo cattolico. Anche di lui, come di molti suoi amici, si fece una inaccettabile e offensiva caricatura: il “catto-comunista”, il “dossettiano” (naturalmente in senso dispregiativo), l’intransigente legato al passato, il conservatore incapace di comprendere la modernità e di adeguarvisi.

Ora che le macerie sono sparse e che la polvere del crollo si va lentamente diradando, resta l’esempio di uomini come Leopoldo Elia. Che avevano creduto in una storia diversa. In una democrazia diversa. In un’Italia diversa. Resta la forza di quella ragione morale che ci hanno testimoniato, per cercare di ricostruire.

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