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08 Ottobre 2012

Il dramma
di una generazione sfiduciata

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

Osservandoli nelle strade e nelle piazze di Madrid, ci eravamo illusi che le proteste di una generazione tradita e inascoltata si sarebbero limitate alla Spagna e alla martoriata Grecia, dove ormai accadono cose che inducono a pensare che sia persino ottimista il presidente Samaras quando paragona l’attuale situazione della Penisola ellenica agli anni bui della Repubblica di Weimar che condussero la Germania nell’abisso del nazismo. Venerdì scorso, invece, sono tornati a scendere in piazza i ragazzi italiani, per lo più studenti dei licei: giovani perbene, dai volti puliti, sereni, arrabbiati con una politica che – dicono – non li rappresenta, non riuscendo ad entrare in sintonia con i loro sogni, le loro speranze e le loro aspettative.

Li ho seguiti con attenzione e con l’interesse di un fratello maggiore, di chi quattro anni fa ha partecipato al movimento dell’Onda contro la riforma Gelmini e non ha mai mancato di far sentire la propria voce e la propria presenza. Per questo, avverto il dovere di dare loro un consiglio: rifiutate ogni forma di violenza, ripudiatela, evitatela come evitereste di lanciarvi sotto ad un tram, perché non solo non serve a nulla ma genera mostri ben peggiori: mostri che la storia di questo Paese conosce bene, mostri feroci, difficili da debellare, che attingono la propria linfa dallo sconforto e dalla disillusione collettiva e se ne servono per generare altra violenza, altro odio, altre tensioni sociali insostenibili.

Li vedevo sfilare festosi in corteo, proprio come sfilavamo noi, e deprecavo le iniziative isolate di chi non perde mai occasione per dimostrare la propria pochezza: che si palesi sotto forma di un sasso o di un uovo, di insulti alle forze dell’ordine o dell’assalto ad un bancomat o ad un cassonetto, che sia di matrice rossa o nera, che sia spontanea o sia stata indotta dalle provocazioni di qualcun altro.

Cercavo di scorgere i loro sguardi e intanto ripensavo ai nostri, alle nostre ansie, alle serate trascorse a riflettere, in interminabili riunioni nelle quali respiravamo politica a pieni polmoni e riscoprivamo insieme la bellezza di essere protagonisti di un qualcosa che andava al di là delle nostre singole esperienze, di un movimento che cresceva grazie al nostro entusiasmo e si alimentava del nostro desiderio di inviare un chiaro messaggio al governo e alla maggioranza di allora: non resteremo a guardare, non subiremo in silenzio i vostri tagli. Nel nostro progetto, c’era un’altra idea di scuola: la stessa che ho ritrovato qualche anno dopo nel Forum coordinato da Francesca Puglisi e Giovanni Bachelet, la stessa che mi ha trasmesso mia madre insegnante, la stessa che considera lo studente un essere umano e non un numero, una risorsa sulla quale investire per il futuro e non un cliente da frodare nel presente.

Non eravamo affatto anti-politici, anzi: anti-partitici, in molti casi, purtroppo sì; anti-politici assolutamente no, tanto che nei nostri discorsi e nelle nostre assemblee erano frequenti i richiami al concetto alto e nobile di politica, intesa come servizio reso alla comunità. Oggi non è più così, e qui sta la principale differenza tra noi e loro. Noi eravamo contrari ad un modello sociale e culturale che consideravamo, e consideriamo tuttora, sbagliato e deleterio ma eravamo in grado di indicarne uno alternativo. Loro, probabilmente a causa dell’avanzare della crisi, sono contrari al sistema tout court, al punto che non credono più in niente e in nessuno, si sentono abbandonati, umiliati e derisi da tutti e faticano non a proporre ma anche solo ad immaginare che sia possibile elaborare un modello di scuola e di società alternativo allo sfacelo dell’ultimo ventennio.

Talmente è vero e drammatico ciò che sto dicendo che spesso mi è capitato, mio malgrado, di partecipare a scenette paradossali, come quella volta che una ex compagna di scuola mi disse: “Certo che ai nostri tempi…”, dove i tempi nostri erano due-tre anni fa al massimo ma venivano descritti come se fosse trascorsa un’era geologica. All’epoca ci risi su e pensai che avesse esagerato, forse persino volutamente; poi iniziai a riflettere e capii che, al contrario, aveva ragione lei: gli studenti di adesso non sono come noi, non ce l’hanno con delle riforme sbagliate, cioè con delle idee, ma con un universo (identificato nella politica e nei cosiddetti “poteri forti”) dal quale si sentono oppressi ed umilianti, cioè con delle persone.

Ci ho riflettuto a lungo anche sabato scorso, leggendo un bell’articolo (“Le ragioni del futuro”) di Chiara Saraceno, nel quale la professoressa metteva in relazione il disincanto dei padri (normale, direi quasi fisiologico) con quello dei figli (anomalo, mai verificatosi in precedenza) e lanciava un preciso messaggio al mondo politico: “Il governo e i partiti, in particolare il PD se vuole continuare ad avere un senso e un futuro, hanno la responsabilità di provare a ricostruire un terreno di comunicazione, prima ancora che di confronto, con questa generazione. Senza false promesse, ma anche senza dire loro che l’unica cosa che si può fare oggi è attraversare il deserto, stringendo i denti, e poi si vedrà. Occorre restituire a questi ragazzi la speranza che anche per loro ci sia un futuro dignitoso, per il quale valga la pena di impegnarsi, la dignità di essere considerati come la risorsa più preziosa. Occorre mostrare loro che ci sono interlocutori affidabili, non solo perché non rubano e sono sobri, ma per le scelte che fanno e che accettano di discutere e verificare con gli interessati. Altrimenti sì che si rischia di abbandonarli ad un destino di generazione perduta, con la rabbia, la violenza, il cinismo che ne sono l’inevitabile corollario”.

Possiamo asserire, senza dubbio, che la professoressa Saraceno abbia colto nel segno: solo se saprà interpretare e rispondere alle ansie, alla disperazione e allo sconforto di una generazione che si sente privata del proprio domani, il PD potrà evitare una duplice catastrofe: il ritorno della destra alla guida del Paese e, soprattutto, la progressiva scomparsa di milioni di giovani che, continuando così, prima o poi se ne andranno per non fare più ritorno, condannando l’Italia ad un inesorabile declino.

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