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08 Ottobre 2012

I credenti
e i “principi non negoziabili”

La lettura del sondaggio che le ACLI nazionali hanno commissionato all’IPSOS e che è reso stato noto nelle scorse settimane restituisce un quadro abbastanza “mosso” di quello che si suole definire “mondo cattolico” (in verità è un’espressione che si usa solo in Italia, occorrerebbe forse parlare di Chiesa, ma, sempre in Italia, tale espressione designa a sua volta solo la Gerarchia ecclesiastica).

In linea generale, infatti, coloro che oggi in Italia vengono definiti cattolici impegnati e/o assidui assommano a circa il 30 % della popolazione: sono quelli che vanno a Messa nei giorni comandati e partecipano alla vita delle Parrocchie o delle associazioni e movimenti ecclesiali, che considerano valori positivi la famiglia, la solidarietà, la partecipazione ed il lavoro, ma nello stesso tempo valutano come disvalori il capitalismo, la finanza e la globalizzazione e sono incerti anche verso una fin troppo utilizzata parola del repertorio dell’insegnamento sociale della Chiesa, la sussidiarietà (forse perché si sono accorti che, come in Regione Lombardia, tale parola è diventata un comodo lasciapassare per il clientelismo, il malaffare e la corruzione).

Dovendo poi definire i loro driver, le loro linee guida fondamentali per la scelta in ambito di voto politico, il 21% indica la lotta agli sprechi e alla corruzione, il 18% lo sviluppo economico e così pure la difesa del potere d’acquisto di salari e pensioni. I cosiddetti “principi non negoziabili” (aborto, eutanasia, coppie di fatto, scuole private…) sono al 7%.

Due dati di fatto balzano agli occhi. Il primo, più volte ripetuto e mai seriamente considerato dalle forze politiche (tutte) è che in linea generale l’elettorato cattolico, anche il più impegnato, risente delle stesse problematiche di tutti gli altri cittadini italiani, e non è un caso che fra quelle che dovrebbero essere le priorità degli operatori politici vengano poste l’attenzione alle condizioni dei lavoratori, delle famiglie e dei meno abbienti in un dato variabile fra il 45 ed il 52% mentre solo una percentuale fra il 4 e l’8% ritiene che fra tali priorità debbano rientrare i principi non negoziabili.

Il secondo dato di fatto è appunto legato a tali principi, nel senso che non sembra che lo scarso gradimento che essi ricevono da parte dei praticanti più assidui sia un segnale di indifferenza o di grave incoerenza. Piuttosto, è come se da parte di queste persone, che evidentemente condividono “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto”, per citare il proemio della Gaudium et spes, graduano la loro adesione ai principi fissati dall’insegnamento della Chiesa per quella che è la loro percezione della realtà sociale, contestualizzando principi e valori in base ai bisogni dell’uomo concreto.

E’di tutta evidenza come la riduzione del discorso pubblico ecclesiastico alla dimensione dei principi non negoziabili, oltre ad apparire inevitabilmente sotto l’aspetto della negazione (né potrebbe essere diversamente visto l’uso della particella “non” e dell’esercitarsi di tale discorso unicamente in una logica interdittiva: non fare questo, non fare quello...) , tenda inevitabilmente a porre al centro alcuni di essi (quelli relativi alla dimensione relazionale delle persone) e non altri (quelli di carattere sociale), con ciò conferendo in partenza alla destra un immeritato lasciapassare di superiore eticità che essa non merita. Si pensi infatti al nulla che i Governi Berlusconi hanno fatto per le politiche familiari, come pure all’evidente realtà per cui mai e poi mai la destra avrebbe abrogato leggi come quelle sull’aborto e sul divorzio che fanno comodo anche al suo elettorato.

Ecco quindi che i credenti più impegnati nella vita ecclesiale come pure in quella sociale si sforzano di dare un valore positivo ai principi insegnati dalla Chiesa cercando di calarli concretamente nelle vita di ogni giorno, promuovendo legami di solidarietà nella vita di ogni giorno, condividendo le problematiche di ogni persona e tentando di far avanzare in esse il senso profondo dei valori professati. Diciamo pure che queste persone aspettano anche di avere una “sponda” politica che sia all’altezza delle loro aspettative, e diffidano giustamente di ogni ipotesi di nuovo partito cattolico perché vi vedono soltanto nostalgia del passato e travestimento gattopardesco di ceti dirigenti politici ed associativi che cercano un’ennesima reincarnazione.

Il rischio vero, nell’agitare continuamente la bandiera dei principi non negoziabili, è che essi vengano percepiti come una sorta di lusso largamente rinunciabile nel momento in cui maggiori angustie premono nella vita quotidiana. Di questo si accorsero drammaticamente (e speriamo torneranno ad accorgersene nel prossimo novembre) i dirigenti del Partito Repubblicano USA quando dopo otto anni di crociate, di marce pro life intervallate da esemplari esecuzioni, di discorsi a profusione sulla superiorità morale dell’Occidente cristiano (e bianco) scoprirono un Paese sull’orlo della bancarotta, che di fatto aveva perso due guerre insensate contro un nemico inafferrabile e non era più capace di dare lavoro e benessere ai suoi cittadini. In questo molte Chiese, compresa quella cattolica, ebbero le loro responsabilità per un eccesso di collateralismo, e bene ha fatto il cardinale Dolan, Arcivescovo di New York e Presidente della Conferenza episcopale statunitense, a presenziare alle Convenzioni di ambedue i partiti maggiori per evitare di essere coinvolto in una più che possibile disfatta del tandem Romney-Ryan.

Quanto alle implicazioni di certe scelte che a volte i credenti si trovano a fare in politica, crediamo, per rimanere in ambito USA, che valga la pena di ricordare quanto accadde qualche anno fa nello Stato del Maryland, quando vi fu una controversia sulla questione dei matrimoni fra persone dello stesso sesso fra l’allora Arcivescovo di Baltimora Edwin O’Brien ed il Governatore democratico (tuttora in carica) Martin O’Malley. I nomi da sé identificano i due contendenti come rampolli di quei Celti ostinati ed orgogliosi che soffrirono la fame, la prigionia e la morte per la causa inscindibile della libertà d’Irlanda e della fede cattolica sotto la sferza inglese. Gli stessi che, traversato l’Atlantico per sfuggire alla miseria e all’oppressione, diventarono colonne del sindacato, della Chiesa e del Partito Democratico. Il Vescovo scriveva: “Come servitori della verità siamo spinti a parlare con eguale intensità ed urgenza in opposizione alla Sua volontà di promuovere una causa che così profondamente confligge con la Sua fede, a tacere dei migliori interessi della nostra società”. Il Governatore rispondeva: “Non ho mai ritenuto né mai riterrò di discutere o di sminuire la Sua libertà di definire, predicare ed amministrare i sacramenti della Chiesa Cattolica Romana. Ma sulla pubblica scelta di garantire eguali diritti civili alle coppie dello stesso sesso, Lei ed io siamo in disaccordo”.

Chiaro, netto, preciso: posizioni incontrovertibili di persone che ricoprono ruoli diversi. Ognuno si assume le sue responsabilità ed i conti, come sempre, si fanno alla fine.

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