Democratici nel mondo
Materiali
PD
AreaDem
22 Ottobre 2012

Studenti e insegnanti
si tendono la mano

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

L’ultima volta non sono stato tenero nei confronti degli studenti scesi in piazza per manifestare contro i provvedimenti annunciati dal ministro Profumo e i tagli inferti dal governo alla scuola pubblica. Li avevo criticati non perché non condividessi le ragioni di fondo della loro protesta, ma perché dissentivo dai metodi e dai modelli che questi ragazzi avevano scelto di seguire.

Con la violenza e le grida fini a se stesse, infatti, non si è mai ottenuto nulla, se non di peggiorare nettamente la situazione, fino a imbarbarirla, al punto da ostruire ogni possibile via d’uscita. Mi ero rivolto loro con affetto, come un fratello maggiore, e avevo ricordato le nostre prime manifestazioni, le nostre prime battaglie, i nostri cortei contro la riforma Gelmini, i sogni, le speranze, le assemblee scolastiche e i primi, ingenui tentativi di qualcuno di noi di proporsi come leader, come punto di riferimento per la comunità.

Tuttavia, avevamo, per l’appunto, ben impresso in mente il valore del collettivo, dello stare insieme, del collaborare in maniera solidale, del remare tutti nella stessa direzione per conseguire il nostro obiettivo che non era solo quello di protestare contro una riforma iniqua quanto, e soprattutto, quello di indicare una strada diversa, un percorso alternativo, un nuovo modello di istruzione e di sviluppo culturale.

Sinceramente, dopo anni di berlusconismo imperante, di egoismo elevato a virtù e di individualismo sfrenato, credevo, con giustificato disincanto, che i nostri sogni e i nostri ideali avessero ormai ceduto il passo ad una protesta unicamente rabbiosa, feroce, improduttiva, incapace di produrre nuove speranze e un desiderio globale di cambiamento e di rinnovamento della società e dei suoi valori dominanti. Per fortuna, lo scorso 12 ottobre mi sono dovuto ricredere e il merito è stato proprio di quegli studenti, probabilmente gli stessi che una settimana prima si erano lasciati andare ad atti inconsulti, e una settimana dopo sono tornati in piazza proprio come avevamo consigliato loro noi fratelli maggiori: con serenità, con allegria, con gioia, con i loro slogan festosi e coloratissimi, con una rabbia sincera ed espressa, finalmente, con la dovuta fermezza, con lo sguardo positivo di chi vuole creare anziché distruggere, ricostruire anziché gettare tutti nello stesso mucchio, scivolando pericolosamente nel qualunquismo dell’anti-politica.

Ma hanno fatto di più, quei ragazzi: ci hanno dato una grande lezione. Scendendo in piazza accanto ai propri insegnanti, infatti, hanno fornito una dimostrazione pratica di ciò che da queste parti affermiamo da anni: non avrà un futuro questo Paese se le varie generazioni non collaboreranno tra loro, se non avranno il coraggio e la saggezza di tendersi reciprocamente la mano, se chi ha tanta esperienza e tanto da insegnare non deciderà di cambiare ruolo e di schierarsi non in prima linea ma al fianco di chi ha tutta la vita davanti, un futuro da conquistare, un cammino da intraprendere e la testa piena di speranze, di utopie e di quelle meravigliose illusioni che caratterizzano l’adolescenza.

Li osservavo e provavo in me un senso di felicità, di leggerezza, di liberazione: non c’era odio nei loro sguardi né rancore né arrivismo; c’era, qua e là, qualche riferimento ideologico del passato ma, in fondo, è comprensibile e ci può anche stare, specie se si considera che questi studenti appartengono ad una generazione che ha avuto a disposizione ancora meno esempi positivi e ancora meno modelli da seguire di quanti non ne abbia avuti la nostra.

È vero: dovrebbero investire di più su se stessi, sulle loro capacità e sulle competenze che stanno acquisendo di giorno in giorno, ma lo capiranno; basta avere un po’ di pazienza e di fiducia. Per il momento, non è certo negativo che manifestino, tra le altre cose, una discreta tensione etica e storica, inviando un chiaro messaggio a chi per anni si è divertito a dipingere le nuove generazioni come un esercito di somari, apatici e privi persino della volontà di rivendicare i propri diritti. E, se ci pensate, da quella piazza è giunto un netto appello anche a noi: occupatevi di scuola, di conoscenza, di sapere, del nostro avvenire sempre più incerto e dei nostri progetti che non meritano di essere travolti dalla crisi, anche perché alcuni sono ottimi e senz’altro il Paese non può che trarre giovamento dall’energia e dall’entusiasmo di giovani motivati e desiderosi di mettersi alla prova.

È lo stesso appello che inviò la nostra generazione cinque anni fa, quando il PD era ancora considerato una scommessa e alcuni commentatori dubitavano persino che si sarebbe mai costituito. Non usammo giri di parole, proprio come non li stanno usando loro, e il 14 ottobre 2007 molti di noi si misero in fila ai gazebo per partecipare ad un evento che ci appariva come una svolta epocale nel panorama politico italiano e, in effetti, lo è stata. Qualcuno era convinto, altri si lasciarono coinvolgere dall’entusiasmo generale, altri ancora si misero in fila per lanciare una sfida, un messaggio, delle idee. Ognuno di noi, insomma, aveva i suoi buoni motivi per partecipare, per esserci, per votare per la prima volta in vita sua, quando ancora speravamo che il traballante governo Prodi riuscisse ad andare avanti nonostante le sue contraddizioni interne.

Mi sono domandato molte volte in questi giorni, perché uno di quei ragazzi dovrebbe mettersi in fila il prossimo 25 novembre? E la risposta che mi sono dato è tanto suggestiva quanto ambiziosa: per regalarci qualcosa. Mi auguro di cuore, difatti, che quei ragazzi scelgano di sottoscrivere il nostro progetto per l’Italia, che vengano a votare numerosi e che portino le loro rivendicazioni al nostro interno: la scuola è un’assoluta priorità; se non la si rilancia, l’Italia è condannata a divenire, in dieci anni, una casa di riposo a forma di stivale e per rilanciarla, al pari degli altri temi concreti, è necessario che il centrosinistra ascolti attentamente il messaggio di quelle piazze di gioiosa ribellione, ripudiando ogni forma di estremismo, anche verbale, e trasformando quel comprensibile risentimento in energia positiva da mettere al servizio del Paese.

Perché, in fondo, al termine di una stagione politica tra le più travagliate della nostra storia, è ancora valida la riflessione che Enrico Berlinguer rivolse alle nuove generazioni di allora: “La prima, essenziale, semplice verità che va ricordata a tutti i giovani è che se la politica non la faranno loro, essa rimarrà appannaggio degli altri, mentre sono loro, i giovani, i quali hanno l’interesse fondamentale a costruire il proprio futuro e innanzitutto a garantire che un futuro vi sia”. E i giovani di allora erano gli stessi che oggi qualcuno vorrebbe rottamare e ai quali noi, al contrario, chiediamo di prenderci per mano, come quegli insegnanti che in piazza hanno ritrovato gli ideali della propria gioventù.

Le foto presenti su nuovitaliani.it sono prese in larga parte da internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.
Powered by Adon