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06 Novembre 2012

Alcool e gioco d’azzardo,
generazione da riconquistare

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

Leggo un articolo (“Alcol e azzardo: i giovani vicentini bevono e giocano”) su “il Giornale di Vicenza” dello scorso 30 ottobre e mi interrogo: che fine farà la nostra generazione? Dove andremo? Scrive infatti Giulia Guglielmi, riportando i dati allarmanti forniti dall’Istituto “Rezzara” di Vicenza, che “il 45% dei ragazzi gioca d’azzardo, il 54% fa uso di alcol fino ad arrivare all’euforia e il 28% si ubriaca”. Qualcuno, a questo punto, potrebbe pensare ingenuamente che si tratti di un fenomeno esclusivamente vicentino, molto grave ma comunque circoscritto, ma sappiamo tutti che non è così.

Sappiamo bene, al contrario, che il dramma descritto dall’Istituto “Rezzara” è assai diffuso sul territorio nazionale, magari con percentuali differenti, con picchi in alcune zone piuttosto che in altre, ma non ha senso stare a discutere sui numeri quando la tragedia investe degli esseri umani fragili e privi di prospettive. Non è accettabile, difatti, questa visione contabile, in base alla quale le statistiche vengono sempre prima delle persone, dei loro sogni, delle loro speranze e di un futuro che sembra svanire sotto i loro occhi a vent’anni, nella stagione che dovrebbe essere la più bella della vita e invece, per molti ragazzi, è diventata una sorta di prigione.

A tal proposito, è doveroso riflettere sulla parte più inquietante dell’articolo sopra citato: quella in cui emerge chiaramente che la nostra è una generazione allo sbando, senza modelli, senza esempi e, forse, senza nemmeno più l’illusione di poter avere un domani. Afferma la Guglielmi: “È emersa una diffusione consistente del gioco fra i giovani maschi, talora con assiduità quotidiana (5%) e una modesta consapevolezza sul pericolo che ciò comporta. Interrogati sul perché si gioca, gli intervistati hanno indicato come prioritarie le motivazioni legate all’interesse economico e al gusto di vincere. Sia giovani che adulti, inoltre, sono spesso indotti a giocare, oltre che dalla pubblicità, dallo stimolo proveniente dagli amici”.

Se tra gli adulti una delle cause della dipendenza dal gioco può essere individuata nel tentativo di sottrarsi, nel peggiore dei modi, alla morsa della crisi economica, tra i ragazzi non c’è dubbio che la ragione prevalente sia il desiderio di vincere, di affermarsi e di farsi strada, ma non utilizzando il proprio talento, le proprie capacità e le proprie competenze, bensì servendosi di una scorciatoia, affrettando i tempi e cercando di arrivare a tutti i costi, anche a scapito di chi ne sa di più, merita di più, ha studiato e si è impegnato di più, non importa: nella società dell’immagine e del denaro, il fine giustifica qualunque mezzo, persino i più disdicevoli. E poi c’è il trascinamento, l’“effetto gregge”, la comunità che si trasforma in branco e annulla la personalità dei singoli senza costruire un progetto collettivo, al quale ognuno possa fornire il proprio apporto rimanendo se stesso.

Ma perché accade tutto questo? Cosa c’è dietro? Dei modelli e degli esempi ce ne siamo occupati già altre volte, ma c’è qualcosa di più profondo: quello della nostra generazione sembra, infatti, un “male di vivere” montaliano, un abisso di vuoto e di malinconia, di tristezza e di assenza che si mescola ad una crisi che non è più solo economica ma di valori, politica, sociale e familiare, con la scomparsa di ogni legame affettivo, della propensione all’ascolto e della comprensione delle idee dell’altro, anche quando sono diverse dalle proprie.

Di fronte a questi dati sconcertanti, ci accorgiamo che vent’anni di berlusconismo e un decennio di ultra-destra in tutto il mondo hanno prodotto molti più danni di quelli visibili ad una prima analisi: hanno segnato gli animi nel profondo, hanno minato certezze, hanno mutato il nostro modo di vivere e di intendere la vita ma soprattutto, ed è l’aspetto peggiore, hanno travolto una generazione inerme, che non ha fatto in tempo a sviluppare gli anticorpi necessari ed è stata devastata dai falsi miti, dalle promesse tradite e dal miraggio di un’esistenza comoda e senza sacrifici che si è rivelata, in breve, la più atroce delle trappole.

Personalmente, assisto con immenso dolore a certi racconti, nutrendo sempre più spesso l’impressione di trovarmi di fronte a dei reduci anziché a dei coetanei, con tutta la vita davanti e un percorso ancora da intraprendere. Mi tornano in mente gli anni del liceo, le nostre assemblee, le nostre battaglie e i nostri cortei, ma mi sembra di appartenere ad un altro mondo, ad un’altra epoca. Tante volte, quando mi trovo in compagnia dei miei coetanei, sento di voler fuggire, di voler essere altrove, perché è raro vederli sereni, fiduciosi e ottimisti mentre capita quasi ogni giorno di sentirli inveire contro tutto e tutti, contro la politica, contro i genitori, contro una società dalla quale si sentono esclusi. Sono giunto alla conclusione che, nonostante tutto, la nostra generazione sia una miniera di saperi, di qualità e di risorse; energie preziose che, però, rischiamo di perdere, di veder sfiorire prim’ancora di sbocciare e, nella migliore delle ipotesi, di veder andar via dall’Italia perché qui non trovano nessuno disposto ad investire seriamente sui figli della crisi e della recessione.

Una buona notizia, riportata anche nell’articolo, l’ha comunicata di recente l’onorevole Sbrollini: “Stiamo lavorando su un disegno di legge perché quello del gioco d’azzardo è un fenomeno che va regolamentato. Inoltre, il decreto sanità – approvato recentemente – ha riconosciuto la ludopatia nei livelli primari di assistenza”. È già qualcosa, per carità, qualcosa di molto importante ma non basta. Il passo successivo, e direi decisivo, dev’essere, per l’appunto, quello di riconquistare questa generazione e di valorizzarla, di metterla al centro del nostro progetto politico e di strapparla ai mostri dell’apatia e del disincanto, per restituirle un avvenire ma, soprattutto, per salvarla da se stessa, dalle proprie paure e da quella tendenza all’autolesionismo che solitamente colpisce coloro che credono di non aver più nulla da perdere.

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