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19 Novembre 2012

Oltre la guerriglia urbana,
le speranze dei ragazzi di oggi

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

Di fronte alle immagini cui abbiamo assistito e alle testimonianze che abbiamo ascoltato nei giorni scorsi, sorge spontanea una riflessione: la violenza dev’essere condannata sempre, comunque e chiunque sia a commetterla, ma quelle vie e quelle piazze invase dagli studenti in lotta per un futuro migliore dovrebbero essere ascoltate piuttosto che manganellate e bollate come una marmaglia di facinorosi che cercano il morto. Se proprio vogliamo parlare di morti, infatti, torna in mente una frase dello scrittore francese Georges Bernanos: “Ci sono tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che io fui”.

Ho già avuto modo, in passato, di esprimere il mio rammarico per il profondo disincanto che pervade la nostra generazione: spesso, parlando con i miei coetanei, ho l’impressione di trovarmi di fronte a dei reduci anziché a dei ragazzi di vent’anni con tutta la vita davanti ed una miriade di sogni da realizzare. Eppure è così e non potrebbe essere altrimenti, specie se consideriamo ciò che è avvenuto nell’ultimo decennio e lo colleghiamo ad un’adolescenza mai vissuta, ad una gioventù sfiorita troppo presto e ad un futuro privo di prospettive e di qualunque certezza.

In una situazione del genere, a molti di noi saranno tornati in mente i racconti dei nonni: storie di guerra e di tristezza, di bombardamenti, di prigionia, di amarezze e di catastrofi mondiali; vicende che un tempo credevamo consegnate ormai per sempre ai libri di storia e che, invece, riaffiorano prepotentemente dal passato, col loro carico di ansia, preoccupazione, crudeltà e disperazione.

Ora, è bene precisare con la massima chiarezza, che non è in atto alcun conflitto, che da nessuna parte stanno sfilando i carri armati di un esercito invasore e che non sta accadendo nulla di neanche lontanamente paragonabile alla barbarie dei rastrellamenti e dei campi di sterminio nazisti. Tuttavia, le città messe a ferro e fuoco, le esecrabili violenze compiute da una parte e dall’altra e l’intollerabile conflitto tra poveri che si sta consumando giorno dopo giorno, inducono la collettività a prefigurare scenari apocalittici, senz’altro ingigantiti dal timore di non farcela e di perdere tutte le conquiste faticosamente raggiunte nel corso di una vita di lavoro e sacrifici.

Sono stati questi i primi pensieri che abbiamo formulato, osservando gli studenti che sfilavano a migliaia, in Italia e in Europa, per dire basta ai tagli inferti alla scuola e ad una politica di puro rigore che sta conducendo alla recessione persino la Germania; e ancor più siamo rimasti scioccati nel vedere le forze dell’ordine che sono state inviate a fronteggiarli, per poco più di mille euro al mese, senza nemmeno i soldi per mettere il pieno di benzina alle volanti, probabilmente animate da un’immensa voglia di essere altrove in quel momento e magari sapendo, in qualche caso, di potersi trovare a dover affrontare e reprimere la rabbia dei propri figli.

Se a questa duplice tragedia sommiamo, poi, gli incitamenti alla rivolta di qualche attempato agit-prop che pare non riesca a rendersi conto di quanto possano essere gravi le ricadute delle sue affermazioni, ecco che si compone davanti ai nostri occhi il quadro di un Paese allo stremo, con milioni di giovani che si considerano abbandonati a se stessi e privi di qualunque rappresentanza ed un malcontento popolare che, grazie a Dio, non è ancora sfociato in quelle azioni estreme che molti paventano.

Fatto sta che a Roma come a Milano, come a Torino, come in tutto il resto d’Italia e d’Europa, non si sono visti solo tafferugli e scene di guerriglia urbana ma soprattutto la protesta pacifica e determinata di una generazione stanca di essere esclusa e tenuta ai margini della società, di una generazione che da anni grida inascoltata nelle piazze il proprio sconforto, di una generazione che chiede solo di poter coltivare i propri sogni, le proprie aspirazioni e le proprie speranze, di non doversi accontentare del primo lavoro che capita, di poter studiare in scuole ed università degne di un Paese del G8 e di vedere finalmente riconosciuti i propri diritti.

Quattro anni fa, quando nacque il movimento dell’“Onda” che sommerse di critiche la riforma Gelmini ed avviò una stagione di proteste che non si è ancora conclusa, lo slogan più in auge tra gli studenti recitava: “Noi vogliamo solo studiare”. Era una risposta ferma, determinata e necessaria alle accuse che provenivano da numerosi esponenti del governo Berlusconi, capaci di arrivare addirittura a sostenere che “gli studenti diligenti sono rimasti in classe a studiare”, tracciando una distinzione tra “buoni” e “cattivi” che fu respinta al mittente all’insegna dell’ironia e di una certa scanzonata spensieratezza.

Oggi è tutto diverso: negli occhi di quelli che ho ribattezzato i nostri “fratelli minori” è rimasta solo l’ironia perché parlare di allegria e spensieratezza sarebbe sinceramente fuori luogo, soprattutto se analizziamo l’attuale contesto socio-economico dal loro punto di vista, con un tasso di disoccupazione giovanile ben oltre il trenta per cento e l’incubo della recessione che, stando ad alcune recenti stime, dovrebbe accompagnarci per almeno altri quattro-cinque anni.

Lo slogan più in auge tra i ragazzi che sono scesi in piazza in questi giorni, dunque, recita: “Siamo il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. È una riflessione gandhiana, il che va benissimo nell’ottica del rifiuto di qualunque forma di violenza, ma è anche un segnale di crescita e di progressiva maturazione: dalla protesta, difatti, stanno lentamente passando alla proposta ed è una proposta attiva, concreta, vitale, una proposta che non può e non deve lasciarci indifferenti. Il messaggio che giunge dalle piazze di tutta Europa è un desiderio di riconquista e di rinascita, un’irrefrenabile volontà di riprendersi i propri vent’anni, le proprie ambizioni e anche un po’ di quella spensieratezza che noi “fratelli maggiori” esprimevamo all’inizio di questo movimento che dura nel tempo.

Credo si possa guardare comunque al domani con un briciolo di ottimismo perché questi ragazzi, al netto dei violenti, dei teppisti e di tutti gli aspetti negativi che, purtroppo, non mancano mai, ci hanno restituito un’importante certezza in questa stagione di incertezze: la certezza di non essere apatici e di non essersi rassegnati, nonostante tutto, alla sconfitta.

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