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03 Dicembre 2012

La scuola, gli studenti
e il ripudio del disincanto

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

I ragazzi che sono scesi in piazza lo scorso 24 novembre, che hanno occupato i propri licei in tutta Italia ed annunciato una nuova mobilitazione per il prossimo 6 dicembre sono riusciti in un’impresa sulla quale era legittimo nutrire più di un dubbio. Con i loro sorrisi, i loro slogan festosi e significativi (a parte qualche palese manifestazione d’idiozia che, purtroppo, non manca mai) e quell’allegria creativa che noi “fratelli maggiori” li avevamo esortati a ritrovare per non chiudersi in se stessi e nel proprio risentimento, i “fratelli minori” hanno dimostrato di possedere qualità assai superiori a quelle che attribuiscono loro alcuni editorialisti: personaggi da anni in preda al disincanto o, peggio ancora, chiaramente in malafede che sembrano non aspettare altro che il primo tafferuglio per poter riversare tutto il loro livore su una generazione che vuole solo costruire un futuro migliore.

Già, il disincanto: è il germe che ha infettato l’ultimo trentennio, il virus ereditato dagli anni Ottanta, ovvero da quel decennio che ha segnato una netta cesura rispetto al passato, introducendo nella nostra società e nel nostro dibattito politico termini insulsi come “post-ideologico” ed illudendo un’intera generazione che potessero esistere ed avere un senso dei partiti basati unicamente sul carisma di un leader. Non solo, il trentennio barbaro che abbiamo alle spalle – di cui l’ultimo decennio è stato solamente l’apice – ha indotto milioni di persone a credere che il sano e genuino divertimento di un tempo non fosse più di moda e che fosse di gran lunga preferibile lo “sballo”; che alle lunghe ed intense assemblee degli anni Settanta fossero preferibili lo shopping ed il consumismo sfrenato; che concetti come la solidarietà e la collettività fossero da archiviare in favore dell’individualismo e del tragico mito del “self-made man” (l’uomo che si è fatto da solo, che naturalmente non esiste) e, inoltre, che occuparsi del “bene comune” fosse un vezzo da “sfigati” anziché un imprescindibile dovere civico.

È così che è stata segnata una generazione (e forse più di una), trasformando i cittadini in sudditi e facendo sì che non avesse né gli strumenti morali né, tanto meno, quelli culturali per affrancarsi da uno stato d’inferiorità. A tal proposito, non dimenticherò mai lo sguardo esterrefatto del professore di Storia Moderna che, nel corso di una lezione all’università, ci raccontò di aver litigato con un collega che si era permesso di definire i ragazzi “i nostri clienti”: “Questi non sono i nostri clienti – gli ho detto – sono i nostri studenti”. In effetti, il concetto è ben diverso: persino il suono della parola “clienti” risulta alquanto sgradevole; tuttavia, costituisce al tempo stesso il ritratto di un’epoca, l’emblema di un modello sociale dissoluto nel quale anche gli esseri umani sono stati considerati a lungo merce, al massimo consumatori, sempre condannati ad un ruolo secondario, sempre trattati come “un ragazzo che fa la seconda media e non sta nemmeno seduto nei primi banchi” (questa era la concezione berlusconiana dell’“evoluzione mentale” della “media del pubblico italiano”), sempre bombardati di messaggi pubblicitari e convinti a comprare, sprecare e vivere ben al di sopra delle proprie effettive possibilità.

Il tutto, ovviamente, serviva a far arricchire una ristretta oligarchia e a mantenere il resto della popolazione dell’ignoranza, in un impoverimento etico e, a lungo andare, anche materiale che è alla base della devastante crisi degli ultimi anni. La scuola, è superfluo sottolinearlo, era un intralcio da rimuovere ad ogni costo perché – come aveva intuito ed affermato, a suo tempo, Calamandrei – ha il brutto vizio di non rassegnarsi a nessuna forma di regime né di massificazione, di non arrendersi ad una falsa ed ingannevole “modernità” e, quel che è peggio, di far sì che anche coloro che provengono dai contesti sociali più umili e svantaggiati possano ragionare e riflettere con la propria testa, formarsi una coscienza critica, analizzare l’evoluzione dei fenomeni e cercare di trovare risposte appropriate agli infiniti quesiti che lo studio pone.

Per questo, nell’ultimo trentennio, tutto ciò che era cultura è stato denigrato. Per questo, ad eccezione dei governi di centrosinistra (ed è doveroso sottolinearlo), la scuola è stata impoverita ed umiliata e gli insegnanti offesi con espressioni irripetibili, accusati di tutto, additati davanti all’opinione pubblica come dei “fannulloni” e degli “incompetenti” quando, in realtà, sono la parte migliore del nostro Paese. Per questo, chiunque abbia provato, in qualche modo, a contrastare il paradigma socio-culturale dominante è stato accusato di essere un “conservatore” e di non saper cogliere lo spirito dei tempi, compresi noi ragazzi dell’“Onda” che quattro anni fa scegliemmo di gridare a voce alta il nostro no ad una riforma, quella della Gelmini, che ha messo ulteriormente in ginocchio una scuola già allo stremo.

È, dunque, in questo scenario di macerie che devono battersi i nostri “fratelli minori”, contro un modello di sviluppo economico (quello Reagan-Thatcher) che ha causato solo disastri ma è ormai troppo radicato per dissolversi sotto i colpi di una crisi che pure ne ha messo in discussione le fondamenta ideologiche. È per dire basta alle lezioni frontali e a programmi inadeguati e insufficienti che stanno protestando da mesi; è per mostrarci come vorrebbero che fossero le loro scuole che se ne sono riappropriati, occupandole e organizzando all’interno di esse una miriade di corsi e di attività dalle quali prendere spunto per costruire il nostro programma elettorale e le riforme scolastiche che dovremo necessariamente attuare una volta al governo. È per dirci che il trentennio della disillusione e dell’indifferenza si è concluso, infine, che continuano a proporsi come protagonisti del cambiamento e ad incarnare un modello di crescita, di istruzione e di sviluppo finalmente sostenibile ed in grado di abbattere l’immobilismo che sta strangolando l’Italia e l’Europa, al pari dell’austerità e del rigorismo merkeliano.

Qualcuno ha detto che sono solo degli ingenui, dei sognatori e che col tempo perderanno il loro candore e si adegueranno al sistema come è già accaduto ad altre generazioni. Noi, al contrario, riteniamo che questa piccola luce di speranza vada guidata ed alimentata, ascoltata e capita perché non è da escludere che, per una volta, possano essere proprio questi ingenui sognatori a salvarci da un declino che molti considerano oramai inesorabile.

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