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19 Dicembre 2012

I giovani nel vuoto
di una societÓ senza radici

Argomento: Giovani e futuro
Autore: Roberto Bertoni

La prima volta che entrammo in contatto con una barbarie come quella che venerdì scorso ha sconvolto la tranquillità della “Sandy Hook Elementary School” di Newton (Connecticut) era il 20 aprile 1999, quando due studenti – Eric Harris e Dylan Klebold – fecero irruzione armati nella “Columbine High School” di Columbine (Colorado) ed uccisero dodici compagni ed un insegnante, per poi suicidarsi.

Si ricordano ancora lo sgomento della comunità internazionale, la spasmodica ricerca delle ragioni, la disperazione collettiva e lo sconforto di quanti iniziarono a comprendere, solo allora, in quale direzione stesse andando una società sempre più egoista ed individualista. Alla fine, una delle motivazioni più accreditate fu la volontà, da parte dei due giovani, di celebrare con un gesto estremo l’anniversario della nascita di Hitler e le cronache quasi impazzirono all’idea che si stesse affacciando nuovamente sulla scena un nemico, il nazismo, che molti consideravano oramai relegato negli archivi della storia.

Sono trascorsi tredici anni da quel drammatico giorno d’aprile e, nel frattempo, abbiamo assistito ad altre stragi, ad altro sangue, ad un abisso di dolore e sofferenza cui per troppo tempo non sono state fornite risposte adeguate. La logica del folle, infatti, regge fino ad un certo punto: è ovvio che chi compie simili crimini abbia dei seri problemi psicologici e di adattamento sociale e lungi da noi l’idea di provare a giustificare questi soggetti e le loro azioni; tuttavia, sarebbe ora di cominciare a riflettere non solo sull’eccessiva facilità di accesso alle armi che caratterizza la società americana quanto, soprattutto, sul malessere che investe l’intero Occidente, rendendoci tutti più soli, più esposti, più vulnerabili.

Ha scritto Antonio Scurati qualche giorno fa su “La Stampa”: “Violenza di massa, indistinta, casuale eppure mirata contro l’innocenza. Violenza inaudita, incomparabile, senza paragoni eppure seriale, ricorsiva, già nota. La serialità, una delle caratteristiche prevalenti nella vita tardo moderna – che abbraccia quasi tutto il nostro mondo nuovo, dalle modalità della narrazione a quella della trasmissione informatica – non risparmia nemmeno la violenza stragista rendendo quella vita impossibile”. E si soffermava, Scurati, sul fatto che oggi anche la barbarie è diventata egoista, individuale e, proprio per questo, ancora più feroce, più aggressiva, più propensa ad accanirsi contro vittime inermi: studenti, bambini, insegnanti, in una sorta di “Spoon River” del Ventunesimo secolo che non risparmia nemmeno quei luoghi nei quali dovrebbe nascere e maturare la società del futuro.

Ciò che più colpisce, seguendo ed analizzando la vicenda, è che anche le nostre parole sono sempre le stesse: ci siamo soffermati sulla follia e sul malessere sociale ai tempi della strage di Columbine e nel 2006, quando il trentaduenne Carl Roberts fece irruzione in una scuola Amish in un villaggio della Pennsylvania e uccise cinque bambine fra i 6 e i 13 anni, per poi uccidersi a sua volta; ci siamo indignati quando, il 16 aprile 2007, il ventitreenne sud-coreano Cho Seung-hui ha assassinato ventisette ragazzi e cinque docenti presso il “Virginia Polytechnic Institute” di Blacksburg (Virginia) e abbiamo pianto di rabbia ed incredulità di fronte alla mattanza dei giovani laburisti, avvenuta il 22 luglio 2011 sull’Isola di Utoya, ad opera del criminale xenofobo Anders Behring Breivik.

Tuttavia, a dispetto della profondità dei nostri sentimenti, non siamo ancora riusciti a trovare una sola risposta, neanche la più insignificante al baratro morale nel quale siamo precipitati in questi ultimi anni. In molti le hanno cercate a lungo, fissando negli occhi le vittime, scavando nelle tormentate esistenze dei carnefici, sforzandosi di trovare un appiglio non per giustificare ma per rendere almeno più chiari i dettagli di vicende che appaiono ogni volta più assurde, impossibili da accettare proprio perché indecifrabili.

Ciò che lascia senza parole è che sia le vittime sia i carnefici siano quasi sempre giovani e giovanissimi, ragazzi che utilizzano i social network e si recano a scuola o all’università, ragazzi apparentemente normali, come tutti gli altri, e che invece sono intrisi di un odio ed una crudeltà delle quali spesso la nostra società, indifferente, fatica ad accorgersi per tempo. Ed ecco, allora, che si delineano con chiarezza i contorni di questi orrori in serie: sono figli di una crisi che non è solo economica ma culturale, morale, di mancanza di radici ed ideologie, di passioni civili, di sogni, di speranze o anche semplicemente di modelli positivi da seguire. E sono figli pure della progressiva, e a quanto pare inarrestabile, scomparsa di ogni forma di legame sociale, di contatto sano col prossimo, di scambio di idee, di riflessioni, di progetti per un futuro dai contorni tanto incerti quanto assolutamente ignoti. Sono figli, in conclusione, della crisi del modello occidentale di società e della rassegnazione al male, alla violenza, all’odio che è entrata a far parte dell’immaginario comune anche a causa dell’ultimo, straziante decennio di conflitti ed attentati.

Non a caso, la vera eroina della “Sandy Hook” è stata un’umile maestra elementare di ventisette anni, Victoria Soto, la quale è riuscita a mettere in salvo i bambini ma non se stessa, cadendo sotto i colpi di Adam Lanza. Il fatto che a tutti noi sia sembrato eroico un gesto senz’altro coraggioso ed altruista ma che un tempo sarebbe parso normale, quasi ovvio, dice molte più cose di quelle che i cinici di professione, annidati pressoché ovunque, vogliano o possano capire.

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