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10 Gennaio 2013

Pdl-Lega: asse lombardo
o societÓ dei magnaccioni?

Argomento: Politica
Autore: Lorenzo Gaiani

L’annuncio della rinnovata alleanza fra il PdL (o quel che ne rimane) e la Lega Nord, oltre al rancido odore della minestra riscaldata, emana anche quello della paura: la paura di due soggetti politici in grave crisi di credibilità e di consenso che hanno bisogno uno dell’altro come di una stampella per non cadere definitivamente.

Come nei gialli di serie B il criminale ritorna sempre sul luogo del delitto, così le due forze politiche maggiormente responsabili dei disastri economici, sociali ed umani perpetrati nel corso degli ultimi vent’anni in questo Paese ritornano a far comunella come se niente fosse, come se un duro giudizio politico da parte dei cittadini sulle loro politiche dissennate non fosse già stato dato.

E’ impressionante notarlo, ma l’alleanza PdL-Lega ha presieduto ad alcune delle più disastrose tappe della nostra vita comune: loro governavano durante lo scempio del G8 a Genova, incoraggiando e coprendo i torturatori della scuola Diaz; loro hanno voluto, per cupidigia di servilismo, infilare l’Italia nelle avventure belliche bushiane in Afghanistan ed Iraq; loro hanno varato senza colpo ferire (fino al 2006 con la complicità del presunto moderato Casini) le leggi ad personam che servivano a garantire Berlusconi rispetto alle indagini giudiziarie sul suo conto; loro sono stati responsabili dell’esplosione del deficit pubblico fra il 2001 ed il 2006, faticosamente rabberciato da Prodi e da Padoa Schioppa nel biennio successivo e di nuovo allegramente dissipato col ritorno al potere della destra, fortunatamente fermata dall’Unione europea e dall’evidenza dei fatti sul crinale di quel “federalismo fiscale” che sarebbe stato il definitivo colpo di grazia al sistema della finanza pubblica in questo Paese; loro hanno realizzato la straordinaria operazione Alitalia (complice quel Corrado Passera poi segnalatosi come uno dei più inutili ed inoperosi fra i Ministri “tecnici”), che una volta di più è servita a pubblicizzare le perdite e a privatizzare i profitti.

Aggiungiamo pure le numerose manifestazioni di incapacità e di vera e propria propensione a delinquere manifestata dal personale politico “forzaleghista” a tutti i livelli, a partire dal Governo regionale lombardo dove la Lega è stata parte integrante del “sistema” formigoniano assai più di quanto le piaccia ammettere, per continuare con i numerosi scandali che a tutti i livelli hanno colpito Comuni, Province e Regioni guidati dalla destra, spesso culminati nello spettacolo inglorioso di amministratori trascinati in vincoli fuori dai palazzi civici, per tacere delle ordinanze razziste, lesive della libertà religiosa e di altre libertà costituzionali emanate da Sindaci leghisti e del PdL per convinzione o per distrarre l’attenzione dei cittadini dalla loro incapacità amministrativa (e non si sa che cosa sia peggio).

Naturalmente ciascuno dei due contraenti (e lasciamo fuori per carità di patria i cosiddetti “Fratelli d’Italia”, ultima, ridicola propaggine di una storia politica che ebbe una sua tenebrosa dignità) ha le sue diverse motivazioni: per Berlusconi, come sempre, il problema è la “roba”. L’idea di un sistema politico in cui egli non sia più non solo il Capo assoluto (e non sarà così, Palazzo Chigi ed il Quirinale gli sono interdetti per sempre e lui è il primo a saperlo) ma neppure il titolare di una forza di interdizione consistente gli è a dir poco insopportabile, nel momento in cui alcune scadenze giudiziarie (fra cui la più vergognosa di tutte, quella sul “caso Ruby”) arrivano a maturazione e, come sempre, l’interesse del suo patrimonio (il suo unico, vero interesse) è a rischio. Naturalmente Berlusconi è il primo a sapere quanto poco valga la classe dirigente che si tira dietro, ma questo è un problema relativo: caudatari senza dignità che tutto gli devono, a partire da una confortevole posizione economica, saranno sempre meglio di persone che pensano con la loro testa, per il tipo di lavoro che il Padrone ha in mente per questa fase.

Per la Lega è questione di sopravvivenza: l’allontanamento dal potere per una classe dirigente che si era molto ben abituata alle mollezze “romane” è stato uno choc non da poco, cui ha fatto seguito il gravissimo scandalo del “cerchio magico” che circondava Umberto Bossi: al forzato allontanamento del vecchio capo e fondatore ha fatto seguito un risultato disastroso alle elezioni amministrative che in certi casi ha comportato non solo la perdita di Comuni governati da anni o il drastico ridimensionamento della presenza nelle istituzioni, ma talvolta la vera e propria esclusione dalle stesse assemblee civiche. Roberto Maroni, sbalzato improvvisamente sul seggio dirigenziale cui nemmeno tanto segretamente aspirava da tempo, si trova oggi a dover dimostrare quello che sa fare.

Alla fine, visto che l’opposizione a Monti non portava alcun tornaconto immediato, si è dovuto rassegnare a un nuovo accordo con il PdL per riuscire a mantenere una decente pattuglia di parlamentari. A ciò si aggiunge l’aspirazione alla guida della Regione Lombardia, a cui i leghisti devono far dimenticare di avere dato una delle due figure emblematiche dell’ultimo, disastroso biennio amministrativo, un ragazzino stupido ed avido (l’altra, una signorina di facili costumi, è stata un personale contributo di Berlusconi, come ognun sa). Per raggiungere l’obiettivo, le solite frottole, a partire da quella irrealizzabile del 75% del gettito fiscale regionale trattenuto in Lombardia, che se realizzato provocherebbe una sommossa generalizzata di tutte le altre Regioni.

Ecco dunque in marcia la nuova alleanza, in realtà vecchia e moralmente fradicia come poche, solo che ad accompagnarla par di sentire non le note marziali del “Va’ pensiero” o quelle pubblicitarie del “Meno male che Silvio c’è”, ma quelle assai più caserecce – ed assolutamente adeguate – della “Società dei magnaccioni”, con quel bel ritornello: “Ma che ce frega, ma che ce importa…”.

Sipario, sipario al più presto, per carità.

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