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21 Gennaio 2013

I “cattolici”
e le due destre

“Le due destre” è il titolo di un saggio pubblicato da Marco Revelli nel 1996, in cui veniva paventata la degradazione della sinistra da soggetto politico ad appendice della destra tecnocratica, nella quale l’autore vedeva uno dei due principali attori della politica post novecentesca accanto alla destra populista e xenofoba ben rappresentata, nel nostro Paese, dall’asse Berlusconi-Bossi. Non a caso Revelli, pur militando in Rifondazione comunista e pur essendo uno degli intellettuali con cui Fausto Bertinotti più amava confrontarsi, fu sempre estremamente critico nei confronti delle esperienze “governiste” del suo partito accanto a Prodi e al centrosinistra.

Da notare in ogni caso che, per uscire dall’impasse in cui l’aveva cacciata la crisi terminale del sistema comunista est orientale, Revelli suggeriva alla sinistra di intraprendere quello che il sociologo Rinaldo Vignati, recensendo il volume, definì «un ritorno alle origini: un abbandono del “paradigma weberiano” (l’idea cioè che il modello burocratico-statale costituisca la modalità più efficiente di organizzazione) e quindi un recupero di quella tradizione che considerava il movimento operaio come separato dallo stato e che si organizzava sulla base di una rete di “solidarietà, sul mutuo soccorso e sull’associazionismo, dando vita a forme proprie di giuridicità”». In questa prospettiva Revelli considerava il Terzo settore come l’ambito privilegiato della costruzione di una soggettività politica rigenerata dopo la sbornia pan-statalista.

E’ curioso rilevare come la riflessione di Revelli andasse sostanzialmente ad impattare quella dell’altro grande soggetto uscito malconcio dalle macerie della Prima Repubblica, il movimento cattolico, che privo del suo partito di riferimento, che si era identificato per mezzo secolo con lo Stato stesso, e ora ridotto ad una massa rissosa di eredi, si trovava all’improvviso a domandarsi dove ritrovare una sua soggettività all’indomani del venir meno di un vincolo unitario di facciata. Si affermò così una divaricazione sostanziale: da un lato l’apparato gerarchico in mano al cardinale Ruini che, con grande dispendio di mezzi, accreditava l’idea della Chiesa come forza sociale e massa di manovra a tutela di interessi che si declinavano generalmente sulla destra dello scacchiere politico senza essere troppo schizzinosi sullo spessore etico e sulle scelte politiche concrete dei compagni di strada, e dall’altra una realtà sociale dispersa, disabituata al pensare politicamente e tentata, anche se spesso in modo impreciso, dall’idea di trovare una rigenerazione – appunto – al di fuori delle sedi istituzionali nelle dinamiche interne del Terzo settore inteso spesso come “spazio sociale” distinto e per ciò stesso superiore rispetto alla politica politicante.

Solo che la realtà è un po’ più complessa, e non soltanto perché, come dice Giovanni Bianchi «prima o poi il Volontario incontra sempre un Assessore sulla sua strada», ma soprattutto perché le istituzioni, lo Stato, esistono, hanno una loro concretezza ed attraversano lo spazio sociale il quale per sua natura non ne è immune. Se infatti è vero, come scriveva Hegel, che «sempre la politica nasce da ciò che politico non è», è altrettanto vero che non si dà una realtà sociale che non si ponga il problema delle istituzioni perché le istituzioni plasmano la società quanto e per certi versi più di quanto la società plasmi le istituzioni. Senza contare, poi, che vengono i momenti – come questo – in cui lo spazio sociale e quello politico rischiano sistematicamente di venire travolti dall’economia, mettendo a rischio il fragile equilibrio della democrazia.

Si potrebbe dire che la dialettica Berlusconi – Monti in qualche modo riproduce lo scenario delle due destre (nell’idea di Revelli al posto di Monti c’era Prodi, ed è da augurarsi che il politologo piemontese si sia accorto dell’abbaglio preso), mettendole in contrapposizione nel momento in cui l’area della sinistra democratica appare favorita dalla presenza del Partito Democratico come soggetto plurale delle forze del riformismo italiano.

Proprio per questo si richiede ai “cattolici” (il termine è volutamente fra virgolette per via dell’indeterminatezza di questa parola fin troppo abusata) uno sforzo di coraggio e di generosità che evidentemente deve scontare i ritardi e gli errori di lungo periodo. E’, infatti, alquanto difficile che le esortazioni ad un nuovo protagonismo politico dei credenti che vengono dal Papa e dai Vescovi possano essere credibilmente raccolte se si fa un bilancio onesto di venticinque anni in cui a tutti i livelli associativi e rappresentativi si è fatto di tutto per promuovere gli obbedienti, i mediocri ed i vanesi scartando chiunque poteva far problema. Improbabile che da una “èlite al rovescio” del genere possa gemmare, per miracolo, una classe politica autorevole e competente.

E tuttavia, esiste oggi la possibilità concreta di un salto di qualità, che però richiede alcune precondizioni necessarie. La prima, ovviamente, è il recupero dell’attitudine al pensiero politico: si tratta in effetti di un lavoro di lungo periodo, perché lunga è stata la devastazione. Peraltro, in presenza di stimoli e di agenzie comunicative di ogni tipo, che tendono ad appiattire e a banalizzare, è pressoché inevitabile che tale recupero di pensiero politico, se mai vi sarà, sarà essenzialmente un fatto di minoranze attive. Naturalmente non è una novità, fu così anche ai tempi della Democrazia Cristiana nella fase postbellica, ed è nota una lettera di De Gasperi a Jacini nel 1945 in cui lo statista trentino commentava aspramente la devastazione indotta dal clerico-fascismo nella mentalità politica dei cattolici. Ecco, anche il clerico-berlusconismo ha indotto una devastazione similare, il cui stigma più evidente consiste nell’ormai diffusa attitudine al pensiero subalterno.

Non è un problema solo dei cattolici: basta leggere l’avvilente articolo di Umberto Ranieri sul Foglio del 5 gennaio, tutto improntato alla necessità della subordinazione (appunto) del Pd a Monti e alla sua “agenda”, per rendersi conto di quanto l’incapacità di un pensiero autonomo comprometta le ragioni stesse dell’azione politica, e bene ha fatto a rammentarglielo il suo maestro Emanuele Macaluso il giorno dopo sull’Unità.

In questo senso, tornando al versante del cattolicesimo democratico, per quanto sia comprensibile la delusione di Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo per la loro mancata ricandidatura nelle liste del Pd dopo una sola legislatura, credo sia necessaria da parte loro una riflessione su quanto abbia inciso nel giudizio politico che evidentemente è stato formulato nei loro confronti la sensazione che hanno dato di ritenere che la legittimazione delle scelte politiche di un partito – il loro – dovesse venire da un soggetto esterno, Monti, come se l’elaborazione politica del Pd fosse di per sé insufficiente a candidarlo autonomamente alla guida di questo Paese.

Si tratta peraltro dell’esito scontato di un percorso intrapreso da tempo dai due parlamentari ormai in uscita e da altri che, come loro, affondano le loro radici nella Fuci degli anni Ottanta e Novanta, i quali hanno fatto della loro particolare idea del cattolicesimo democratico una variante del pensiero unico di questi anni, travisando l’insegnamento sociale della Chiesa come giustificazione del neoliberismo e contribuendo, sia pure in modo circospetto, ad alimentare la campagna di delegittimazione della figura e dell’opera di Giuseppe Dossetti posta in essere dalla destra cattolica (e non solo) in questi anni ed ancora in questi giorni.

A fronte di ciò, l’invito dell’economista Massimo D’Antoni (anche lui ex fucino, ma di diverso orientamento) ai cattolici democratici perché ritrovino le ragioni dell’impegno muovendosi su quattro crinali fondamentali – in sintesi: la giustizia sociale, la critica dell’individualismo, il perseguimento del bene comune, la riscoperta del ruolo della politica e del partito politico in particolare – è estremamente interessante in quanto segna un richiamo alla concretezza e nello stesso tempo determina uno spartiacque. Non è vero, infatti, che destra e sinistra siano parole vuote, se rimane valido il criterio di giudizio a suo tempo definito da Norberto Bobbio, quello dell’eguaglianza. D’altro canto, come rileva Massimo Riva (La Repubblica del 10 gennaio), autore scevro da tentazioni radicali o messianiche, la crisi economica e sociale, statistiche alla mano, ha indotto nel nostro Paese una situazione per cui debbono essere reintrodotte «nel dibattito politico-economico nozioni e concetti troppo sbrigativamente accantonati», e per conseguenza «di pari passo con il ritorno del proletariato e lo scivolamento di parte del ceto medio verso questa posizione marginale si riaffaccia un altro motore della storia invano esorcizzato negli ultimi decenni. Che è, come si direbbe in America, la lotta di classe, bellezza!».

Se nel movimento cattolico, comunque denominato, vi fosse qualcuno capace di portare una riflessione seria, e non debitrice degli idoli del tempo, su questi argomenti, si potrebbe ben dire che il ruolo di un cattolicesimo politico capace di laicità e naturalmente schierato, al di là dei tatticismi “centristi” potrebbe ancora essere benefico per la democrazia italiana.

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