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05 Marzo 2013

Il dovere di rispondere
a una generazione

Argomento: Politica
Autore: Roberto Bertoni

Invece di perder tempo ad attaccare Bersani ed elencare uno ad uno tutti gli errori commessi in campagna elettorale, sarebbe assai più utile e costruttivo riflettere sulle ragioni sociali della disaffezione e dello scontento che hanno indotto un elettore su quattro ad accordare la propria fiducia al Movimento 5 Stelle.

In questo momento, infatti, non c’è regalo più grande che si possa fare a Beppe Grillo che perdere di vista le cause di un esito elettorale oggettivamente deludente e iniziare a litigare fra di noi, utilizzando questa “vittoria mutilata” per una resa dei conti interna che fornirebbe al Paese l’immagine di un partito ottuso e fuori dal mondo, incapace di cogliere i segnali, pur evidenti, che gli sono stati inviati.

Al contrario, preoccupiamoci piuttosto dell’Italia: una grande nazione scoraggiata e triste, le cui giovani generazioni si sentono vittime di un’enorme ingiustizia e si sono oramai rassegnate a condurre esistenze precarie e prive di prospettive stabili o, peggio ancora, ad andarsene all’estero, nel disperato tentativo di far valere i propri titoli ed essere giudicate in base alle proprie effettive qualità.

Perché, non c’è niente da fare, ha ragione Mario Deaglio quando scrive su “La Stampa” che “alla base del successo del Movimento 5 Stelle non c’è affatto il folklore ma una lacerazione ampia, profonda e sottovalutata del tessuto economico-sociale italiano” e arriva addirittura a paragonare la nostra generazione a quella che vide i propri sogni, le proprie aspettative e le proprie vite spezzate dalla barbarie del primo conflitto mondiale e da quanto ne seguì. Senza dimenticare un’altra considerazione di Deaglio che, come giovane, sento di condividere: i ragazzi che hanno scelto Grillo non chiedono poltrone o rassicurazioni ma ascolto, una politica capace di rispondere alle proprie richieste e maggiore onestà, maggiore trasparenza e maggiore apertura nei confronti di istanze che, forse, pure noi abbiamo a lungo, colpevolmente, ignorato o trascurato. Come dice Grillo, difatti, chi si è rivolto a questo strano Movimento vuole che i propri rappresentanti non si siedano né a destra né a sinistra ma “dietro”, per controllare chi agisce in prima fila e – a loro giudizio – utilizza male i soldi degli italiani uccidendone le speranze.

Da queste parti, naturalmente, sappiamo bene quanto questo ragionamento sia sbagliato e riduttivo, quanto sia falso, checché ne pensi Monti, che i concetti di destra e sinistra non esistano più e non abbiano più senso e quanto sia assurda l’idea di sedersi in un’assemblea legislativa e controllare l’operato degli altri anziché avanzare le proprie proposte ed avviare un sano confronto politico e programmatico con chi la pensa diversamente. Tuttavia, se proprio dobbiamo trovare un difetto alla campagna del PD, possiamo dire che non siamo stati sufficientemente abili nel convincere i giovani della bontà del nostro programma e nel capire in tempo che quelli che per noi sono punti fermi, per loro non lo sono affatto. Abbiamo avuto troppe certezze, questa è la verità, e un simile atteggiamento ci ha fortemente penalizzato agli occhi di una generazione che di certezza non ne ha nemmeno una e cerca in ogni modo di trovare una propria dimensione, il proprio “posto nel mondo”, ma finora si è vista respinta e inascoltata.

Su quest’ultimo punto, però, va anche detto, per onestà intellettuale, che le responsabilità del PD sono piuttosto limitate. Negli ultimi undici anni, infatti, abbiamo governato per appena venti mesi e non dipendono certo da noi gli errori, le chiusure e le riforme completamente sbagliate varate dagli esecutivi di Berlusconi e, in parte, di Monti in tema di scuola, università, cultura e ricerca. All’opposto, è doveroso sottolineare che nell’ultimo decennio abbiamo sempre contrastato con forza questi provvedimenti: sia in Parlamento che nelle piazze, cercando di coinvolgere i giovani in rivolta, andandoli ad ascoltare, invitandoli ai nostri incontri e ai nostri dibattiti e difendendoli dai costanti attacchi di quei commentatori che all’epoca ci definivano “conservatori” e “radical chic” e oggi si vantano di aver sostenuto, a loro volta, Grillo per offrire un’opportunità alle nuove generazioni.

L’aspetto incredibile, quindi, è che avremmo dovuto continuare lungo questa strada mentre invece, in campagna elettorale, dei temi cari ai giovani se ne è parlato poco o nulla, al punto che qualcuno ironizzava sul fatto che nessuno avrebbe potuto deludere i giovani non essendosi preso nemmeno la briga di illuderli. Avremmo, poi, dovuto porre al centro un tema fondamentale come l’economia della conoscenza e integrarlo con la proposta del libero accesso alla rete attraverso una capillare diffusione del wi-fi, ma non ci siamo riusciti.

Avremmo dovuto, infine, far comprendere soprattutto ai giovani che molte delle nostre proposte in tal senso non eravamo riusciti a trasformarle in altrettante leggi non per cattiva volontà ma per la mancanza dei numeri necessari ad attuarle, ma non siamo risultati abbastanza convincenti. Di fronte ai risultati emersi dalle urne, pertanto, appare chiaro che agli occhi dei nuovi elettori il Partito Democratico risulta un’organizzazione fumosa, distante dalle loro esigenze, dai loro interessi e, temo, pure dal loro modo di esprimersi ed interagire.

È tutta colpa di Bersani? Ha sbagliato tutto e deve andarsene a casa? Assolutamente no; anzi, a mio giudizio spetta proprio a lui ricevere l’incarico dal Capo dello Stato e tentare di formare il nuovo governo. Quanto alla sconfitta, è stata collettiva e ognuno di noi ha il dovere di assumersi la propria fetta di responsabilità, ma, come detto, non è certo questo il momento di perdersi in inutili polemiche e ragionamenti interni, come se il vero problema fosse la discussione su cosa sarebbe successo se, al posto di Bersani, ci fosse stato Renzi. Il vero problema, in questa delicatissima fase, è il destino dell’Italia: un paese diviso, attraversato da inquietudini e lacerazioni fortissime e devastato da una propaganda populista e demagogica che ha già prodotto enormi danni ma potrebbe produrne di ancora maggiori se anche la prossima legislatura, oltre che breve, dovesse rivelarsi anche inconcludente.

Per questo, ora più che mai, abbiamo il dovere di fornire risposte adeguate al dramma di una generazione che molti, per troppo tempo, hanno considerato apatica e perduta, creando e alimentando una pericolosissima frattura generazionale che ha avuto come conseguenza l’affermazione del rabbioso tsunami grillino. Se ciò non dovesse accadere, difatti, corriamo il serio rischio che, dopo l’irruzione di Grillo (cui, nonostante tutto, va riconosciuto il merito di aver arginato l’ascesa di movimenti e partiti neo-fascisti, neo-nazisti e dichiaratamente xenofobi quali quelli che abbiamo visto in Grecia e in Ungheria), la protesta popolare possa trasformarsi in tragedia, “rottamando” lo stesso Grillo e affidando la propria guida ad un leader assai meno comico ma altrettanto capace di pronunciare, a sua volta, frasi di questo tipo: “Loro sono morti, e vogliamo vederli tutti nella tomba! Io vedo questa sufficienza borghese nel giudicare il nostro movimento… mi hanno proposto un’alleanza. Così ragionano! Ancora non hanno capito di avere a che fare con un movimento completamente differente da un partito politico... noi resisteremo a qualsiasi pressione che ci venga fatta. È un movimento che non può essere fermato... non capiscono che questo movimento è tenuto insieme da una forza inarrestabile che non può essere distrutta... noi non siamo un partito, rappresentiamo l’intero popolo, un popolo nuovo...”. L’autore di questo discorso si chiamava Adolf Hitler, era il 4 aprile 1932 e sappiamo tutti come è andata a finire.

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