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02 Marzo 2013

Non serve
sparare sul Pd

Argomento: Politica
Autore: Giorgio Merlo

E’ triste, ma scontato, registrare che all’indomani del voto partano dall’interno i soliti strali contro la sconfitta del Pd, la caduta dei consensi rispetto alle elezioni del 2008, il “processo” al segretario e al progetto politico sottoposto agli elettori. Un film già visto e del tutto scontato dove abbondano gli avvoltoi della celebre scuola “io l’ho sempre detto”. Ora, al di là di queste miserie umane, è indubbio che la riflessione all’interno del Pd non può che essere fatta, senza indugi e senza titubanze. Ma prima di avviare processi pubblici e privati sul ruolo, sul progetto e sulla prospettiva politica del Pd, forse sarebbe opportuno concentrare la riflessione su come uscire dallo stagno in cui ci ha ricacciato il voto popolare. Che peraltro, e com’è ovvio, va sempre rispettato.

Innanzitutto la necessità di fare un Governo. Il Pd e la sua coalizione hanno ottenuto la maggioranza relativa dei seggi alla Camera e al Senato. E’ semplicemente paradossale che, di fronte ad una situazione difficile ma comunque gestibile, qualcuno pensi goliardicamente di riproporre “governi tecnici”. Come se appaltare la politica ai tecnocrati di turno risolvesse tutti i problemi. Siamo reduci da una esperienza che difficilmente sarà ricordata come un modello da esportare. Se non altro per la supponenza e per la sostanziale indifferenza alla politica che l’ha contraddistinta. Un modello, quindi da non riproporre. Sarebbe un atteggiamento vigliacco nascondersi nuovamente dietro alle cosiddette “competenze” di personaggi che poi hanno dimostrato di voler giocare un ruolo politico protagonistico a livello personale e di gruppo. Il Pd, come gli altri partiti, deve assumersi la responsabilità politica di affrontare la situazione che si è venuta a creare con il proprio progetto, la propria classe dirigente e il proprio programma. Certamente con la necessaria apertura e privilegiando il dialogo e il confronto parlamentare. Ma senza abdicare a questo ruolo che resta decisivo ed essenziale per non limitarsi a giocare la partita dalla sola panchina.

In secondo luogo le ragioni della flessione elettorale. È inutile negare che perdere quasi 4 milioni di voti rispetto alla precedente consultazione è un dato che non può essere frettolosamente archiviato. Anche se è sempre arduo tracciare dei confronti con le stagioni politiche che ci hanno preceduto. E questo per la semplice ragione che il mutamento dello scenario politico è talmente rapido e tumultuoso che diventa francamente difficile trovare il vero bandolo della matassa. Certo, era indubbio e quasi scontato che le ragioni del malessere sociale, politico ed esistenziale questa volta si scaraventassero sui partiti tradizionali. A prescindere dai meriti e dai demeriti dei singoli. Un fatto è certo. Il Pd deve rafforzare la sua indole riformista e di governo senza limitarsi a rincorrere tutte le spinte nuoviste e di piazza che nelle fasi di violento ed inarrestabile cambiamento dominano la scena. Se il compito e il ruolo di un grande partito di massa, popolare e democratico si riduce ad inseguire la piazza avallando tutto ciò che arriva e che filtra, cessano di esistere le stesse ragioni politiche che lo legittimano. E questo non solo perché “c’è sempre un puro più puro che ti epura” ma per la semplice ragione che se si sposano la demagogia e il populismo come elementi qualificanti della propria strategia politica, è sempre meglio scegliere l’originale che non la fotocopia. Oltreché abbandonare le ragioni costitutive e fondative dello stesso Partito democratico. Ma la flessione elettorale, diffusa in tutto il territorio nazionale e con punte preoccupanti nel sud e nelle cosiddette “regioni rosse”, non può che essere elemento di profonda ed intelligente riflessione da parte di tutto il partito. A cominciare dal suo gruppo dirigente. Senza intentare ridicoli processi da parte dei soliti predicatori ed opportunisti.

In ultimo il cambiamento e il rinnovamento del Pd. Anche su questo terreno è facile e persin puerile ragionare con il “senno del poi”. In tutti i bar sport italiani ogni lunedì mattina le partite si sarebbero vinte se la formazione della propria squadra era un’altra. E’, questo, un dato che ci accomuna tutti e che normalmente vale appunto per il bar sport. Semmai, non si può dimenticare che il Pd ha fatto le primarie vere – unico partito italiano - ha rinnovato profondamente la sua rappresentanza parlamentare, ha garantito la presenza nelle Aule di un significativo numero di donne e di giovani. Sono, questi, elementi che vanno rinnegati o che vanno esaltati? Perché delle due l’una. O questo profondo e significativo rinnovamento va rivisto per le prossime elezioni, speriamo non imminenti, oppure l’attacco al Pd di non aver compiuto scelte coraggiose è alquanto ingeneroso. Come sempre capita, il problema vero non è mai riconducibile solo ai fatti organizzativi – primarie, regole, statuti e mandati – ma, semmai, alla consistenza politica e alla qualità della proposta politica. Ed è su questo terreno che il Pd non può cadere in letargo e che, al contrario, deve dispiegare sino in fondo la sua capacità di elaborazione progettuale, di innovazione politica e di cambiamento sostanziale. Limitarsi a picchiare contro qualcuno è il solito giochetto del “togliti tu che mi ci metto io”. Un gioco vecchio e ben conosciuto, noto e fortemente praticato dai professionisti della politica e dagli intramontabili carrieristi. Vecchi o giovani che siano non fa alcuna differenza.

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