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02 Maggio 2013

Ma il “grillismo”
nel Pd può durare?

Argomento: Politica
Autore: Giorgio Merlo

E' ormai sempre più evidente che la cosiddetta componente "grillina" del Pd - anche se i promotori di questa componente si irritano ogniqualvolta lo si ricorda - punta deliberatamente a far saltare quello che il Pd e' stato sin dall'inizio. Cioè dal 2007 in poi. Nel pieno rispetto di tutte le opinioni, assecondare il grillismo nel Pd significa mettere, di fatto, in discussione i caposaldi essenziali del partito.

Il Partito democratico, se ben ricordiamo, nel 2007 e' nato come un soggetto politico "plurale" che cercava di mettere insieme culture, biografie e storie politiche ed ideali che sino a quel momento erano state contrapposte se non alternative. La componente socialista, quella comunista, l'area cattolico democratica e popolare, il filone laico liberale e quello ambientalista. Culture e tradizioni che hanno contribuito in modo determinante a scrivere la Costituzione repubblicana e che hanno accompagnato la crescita e il consolidamento della stessa democrazia italiana.

E' persin ovvio ricordare che il "grillismo" e' un corpo politico e valoriale sostanzialmente estraneo a queste culture. Un mix di feroce anti politica, di populismo selvaggio e demagogico, di violenza verbale e anti statuale, di rinnegamento di tutto ciò che e' riconducibile alla democrazia rappresentativa e di pratica democratica nel partito - o nel movimento che sia - e' quanto di più lontano si possa immaginare da qualsiasi riferimento costituzionale. E, soprattutto, e' lontano anni luce da quelle culture che hanno "fondato" nel 2007 il Partito democratico.

Ma allora una domanda e' spontanea e richiede una risposta politica. Ma da dove salta fuori il "grillismo" del Pd? Perché di questo si tratta e non di altro. Al netto delle "occupazioni" delle varie sedi del Pd in giro per l'Italia - comprensibile per il risvolto mediatico che producono e per gli effetti sul prossimo dibattito congressuale - e' ovvio che al centro di quelle rivendicazioni, ovviamente del tutto legittime, c'è il progetto politico di Grillo e Casaleggio che produce consenso e apprezzamento. Una similitudine che forse non si ammette ma si percepisce in modo smaccato.

Dal linguaggio che emerge - simile se non uguale - ai temi al centro dell'agenda politica, dall'odio nei confronti di tutto ciò che trasuda di governo e di collaborazione istituzionale alla violenza nel liquidare tutta quella classe dirigente del Pd, nazionale o locale che sia non fa alcuna differenza, che non e' riconducibile alla propria esperienza. Una similitudine che porta questa nuova esperienza che si e' affacciata nel partito ad essere vista e qualificata come i "grillini" del Pd.

Se questo e' abbastanza evidente perché oggettivo, la domanda politica vera e' però ancora un'altra: e cioè, come e' possibile far convergere l'impianto originario del Pd con questa deriva grillina che ormai contagia settori crescenti nella base militante del Pd? Non parlo della base elettorale perché lì c'e' maggior articolazione e complessità e non e' tutto riconducibile al massimalismo, al radicalismo e all'antagonismo.

E se questa incomunicabilità dovesse consolidarsi, e' persin ovvio trarre la conclusione che il Pd corre veloce verso una inevitabile spaccatura. Ma questo non per volontà di qualcuno ma solo e soltanto perché cresce nel partito una sorta di incomunicabilità politica crescente, di linguaggi, di prospettive, di progetti e di gerarchia valoriale. Certo, la feroce anti politica che si e' sviluppata in questi anni non può non aver intaccato anche la casa del Pd. Era inevitabile. Ma quando in un partito la prospettiva politica - per fermarsi all'aspetto qualificante - si divarica in modo così forte non c'è appello all'unita che tenga. Tutto e' destinato a radicalizzarsi e il tutto può scoppiare anche senza volerlo. Questo e' il vero rischio del Pd. E la nascita del Governo Letta puo' essere l'elemento deflagrante per questa resa dei conti.

Ecco perché il confronto sulla prospettiva del Pd, sul profilo riformista e democratico del partito e sulla qualità della sua classe dirigente sono ormai un tutt'uno. E la stessa componente grillina del Pd non può sottrarsi a questo confronto politico, ben sapendo che anche per loro arriva il momento della scelta. Se in un partito la competizione e la dialettica democratica rientrano in una dimensione fisiologica, il partito può tranquillamente continuare la sua esperienza politica in modo unitario. Se, invece, la competizione interna diventa conflittualità permanente e anche feroce, e' ovvio che prima o poi qualcosa deve pur succedere se non si vuole che il giocattolo imploda.

E oggi il Pd e' di fronte a questo bivio. E' perfettamente inutile fingere che il problema sia un altro o pensare ingenuamente che il tutto si può ricomporre. Lo scenario del Pd delle origini non c'è più. E' ormai archiviato. Siamo di fronte ad un'altra stagione politica. Occorre prenderne atto prima che sia troppo tardi. Altroché limitarsi a parlare di organigrammi, di reggenti e di triumvirati. Qui e' semplicemente in gioco il futuro e la prospettiva del Partito democratico.

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